Il Borgo di Venafro

Le montagne sono custodi instancabili di Venafro, circondano il suo panorama e gli regalano da secoli una vita tranquilla, che segue l’incedere lento della natura.

L’intreccio di mitologiche leggende greche e la storia dell’antico popolo dei sanniti sono  all’origine di questo borgo, che lascia raccontare il suo passato ai vicoletti pettegoli, guidati dalla ‘via per mezzo’ che conduce alle antiche botteghe medievali, con le nuove case costruite di recente e i resti della splendente romana che fanno capolino dalla piana. Il castello Pandone strizza l’occhio a questo borgo d’incanto, racchiuso in un mondo solo suo, bellissimo e ameno, in grado di catturare l’amore degli esuli moderni in cerca di pace e serenità.

Venafro dal suo centro storico assiste ogni giorno al miracolo della vita che nasce, all’acqua dei fiumi che imponenti sgorgano dal laghetto de ‘la Pescara’ e scrosciano via seguendo un percorso già segnato. Si lasciano  alle spalle le case per andare a sorridere alle fronde verdi e argentate degli ulivi, che circondano il centro abitato e regalano ogni anno un olio di qualità così eccellente da essere esaltato persino negli scritti degli storici latini più importanti.

Che siate di passaggio a Venafro o che ci siate venuti apposta, dimenticate i cellulari e il passo svelto dei turisti e lasciatevi andare per questo borgo fortificato, che può essere gustato solo a piccole dosi.

La frazione Ceppagna

Una corolla di fronde verdi d’ulivo circonda Ceppagna, una frazione semplice e incontaminata adagiata sulle colline. Nonostante Ceppagna conti poco più di seicento abitanti, vanta una storia antichissima, che inizia con i Sanniti. Il nome Ceppagna deriva da cippus, ovvero da un’antica stele, risalente all’epoca dell’Impero Romano,  su cui era segnata la distanza della località da Roma.

Il centro storico di Ceppagna è piccolo, delizioso, e ruota attorno alla chiesa della Madonna del Rosario, di cui si celebra la festa patronale il primo ottobre di ogni anno.

La frazione Vallecupa

Centoventi abitanti e una piccola valle che la coccola, protetta dalle rocce del Monte Cesina: Vallecupa è la seconda frazione di Venafro. La brezza marina giunge fino a carezzare le sue piccole casette, che si affacciano sulla distesa blu del mare, distante poco più di trecento metri dall’abitato.

Il centro storico, minuto come la sua comunità, è arricchito dalla piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli.

La Frazione Le Noci

La più piccina tra le frazioni di Venafro è Le Noci, un piccolo borgo abitato da famiglie di pastori. Si trova ad un’altezza di circa quattrocento metri s.l.m., sulle pendici del Monte Sambucaro. Le Noci è una località fresca, grazie ad un venticello che la coccola costantemente.

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La storia

‘Tu mortale, non tentare il confronto con gli dei’ disse Apollo rivolgendosi a Diomede, guerriero acheo che durante la guerra di Troia stava per uccidere Enea e ferì sua madre, la dea Afrodite, inimicandosela. Omero descrive Diomede come un uomo feroce con i combattenti ma con la lealtà e il giudizio dei diplomatici. Secondo la leggenda dopo la caduta di Troia, Diomede affronta varie vicissitudini fino ad approdare sulle coste italiane. Qui dimentica la sua furia bellicosa e diventa un civilizzatore, fondando anche diverse città, tra cui Venafrum, oggi Venafro.

La bellezza dell’epica greca di Omero tinge le origini di Venafro con pennellate di fascino, ma bisogna dire che in realtà storicamente la fondazione della città viene attribuita ai Sanniti. La piana di Venafro è stata abitata fin dalla preistoria e durante le guerre sociali contro Roma è stata più volte espugnata e distrutta, prima da Mario Egnazio e successivamente da Silla.

Le prime fonti scritte che attestano l’esistenza di Venafrum risalgono al 300 a.C. quando il borgo era una giurisdizione romana, posta sotto la guida di Massimiliano e diventata colonia nel 14 a.C., durante l’impero di Augusto. In questi anni a Venafro viene costruito un acquedotto e viene caratterizzata da un nuovo assetto urbano di cui s’intravedono alcune tracce ancora oggi. Sono tanti gli autori latini che la lodano descrivendo Venafrum come un luogo ameno e tranquillo, uno dei primi ad apprezzare questo borgo è stato il poeta Orazio che lo descrive come luogo di villeggiatura, ma anche Plinio il Vecchio e Marziale ne tessono le lodi, mentre a Licinio è persino attribuita l’introduzione dell’olio, che ha portato immensa fortuna economica a Venafro.

Dal 774 al 787 Venafro fa da scenario ai combattimenti tra Carlo Magno e l’esercito longobardo. Nonostante sia sempre stato un luogo di pace e serenità anche Venafro ha attraversato i suoi momenti bui, in particolare durante il Medioevo due terremoti, nel 1349 e nel 1456, hanno gravemente danneggiato il borgo che già era fiaccato dalle piaghe delle pestilenze e della miseria.

Lasciatosi alle spalle questo periodo triste Venafro torna a crescere anche grazie all’espansione edilizia: vengono costruiti palazzi importanti e numerose chiese, che la porteranno ad essere conosciuta come ‘la città delle trentatre chiese’.

Sul palazzo Cimorelli una targa in marmo ricorda uno degli eventi più importanti di Venafro: il soggiorno di Vittorio Emanuele di Savoia, che nel 1860 si ferma in questo borgo per riposare prima di ripartire verso Teano, dove poi incontrerà Giuseppe Garibaldi.

Fino al 1863 Venafro era compresa nella ‘Terra del lavoro’ della contea di Caserta ed è probabilmente per questo che ancora oggi la città è affine alla Campania dal punto di vista culturale e linguistico. Nello stesso anno questo borgo venne annesso alla provincia di Campobasso.

Il periodo post unitario è stato caratterizzato da forme di brigantaggio, a causa delle quali il generale Ferdinando Augusto Pinelli ha imposto la cancellazione di Venafro da tutte le carte topografiche.

La pace di Venafro venne raccomandata anche a Padre Pio, che durante la sua malattia, è stato mandato in questo borgo da un medico napoletano, per trascorrere alcuni giorni di vacanza, nell’ottobre del 1911. Durante il suo soggiorno iniziarono a manifestarsi le prime apparizioni divine e diaboliche e i primi fenomeni sovrannaturali che portarono il frate verso il cammino della santità.

Gli anni della Seconda Guerra Mondiale sono stati anni tetri per il mondo intero. Venafro tra il 1943 e il 1944 è stato teatro di violenti scontri tra i tedeschi e gli alleati, proprio questi ultimi nel 1944 hanno bombardato Venafro, confondendola con Montecassino, e causando la morte di quattrocento vittime civili e militari. Per questo triste evento nel 2005 il Presidente della Repubblica  Carlo Azelio Ciampi ha conferito a Venafro la medaglia al valor civile.

Nel 1970 Venafro passò alla provincia di Isernia e nel 1994 è entrata a far parte dell’A.N.C.O. Associazione Nazionale Città dell’Olio, portando avanti una tradizione che rende onore alla città fin dai suoi primi anni di vita.

Castello Pandone e Museo Nazionale del Molise

Dalle pendici del Monte Santa Croce il Castello Pandone guarda al borgo di Venafro, continuando a proteggerlo come ha fatto fin dalla sua prima costruzione.

Il castello è stato edificato sui resti di una struttura difensiva risalente al III secolo a.C. e di una successiva fortezza romana. Il nucleo più antico della costruzione giunto fino a noi, è una torre quadrata di epoca longobarda, costruita intorno al X secolo.

Lungo il percorso fino ai giorni nostri sono stati numerosi i lavori di modifica e ampliamento che ha subito il maniero: i primi nel 1349, quando durante la dominazione angioina furono aggiunte le torri circolari, alcuni camminamenti nascosti per i soldati, venne scavato un fossato e realizzati due ponti levatoi.

Nel 1443 Alfonso d’Aragona consegnò la contea di Venafro nelle mani di Francesco Pandone, che divenne anche proprietario del castello. Alla sua morte il feudo e il maniero passarono nelle mani del figlio Enrico, che gradualmente addolcì il carattere austero della fortezza e la trasformò in una residenza gentilizia. Enrico Pandone era un amante dell’arte e dei cavalli e riuscì ad unire le sue due passioni in un connubio che ha reso questo castello unico.  Passeggiando per le sale della residenza tra il piano  terra e il piano  nobile si possono ammirare le raffigurazioni degli esemplari più belli della scuderia di Enrico Pandone. I cavalli sono stati raffigurati a grandezza naturale, con una tecnica che prende il nome di stiacciato: viene steso uno strato d’intonaco creando una figura a basso rilievo su cui viene aggiunto il colore. Accanto ad ogni cavallo viene riportato il nome, l’età, la razza, il colore del manto ed una H simbolo della scuderia di Henricus. I dipinti sono stati realizzati da artisti che conoscevano l’arte spagnola e catalana ed operavano in una bottega di scuola napoletana. Nel castello si può ancora ammirare il piano nobile, un salone trecentesco e un magnifico giardiano, intoltre per l’intrattenimento degli ospiti è stato realizzato anche un singolare teatrino fisso, con sipario finto, dove venivano rappresentate commedie e spettacoli teatrali.

I Pandone non sono stati gli unici ad abitare il castello e nelle varie sale si ritrovano gli stemmi araldici delle famiglie che sono venute dopo di loro: nel salone d’ingresso si trova lo stemma della famiglia Lannoy, circondato da altri stemmi più piccoli che rappresentano le famiglie nobili con cui erano imparentati. Nel salone delle feste al piano  nobile si trova lo stemma della famiglia Pandone e più in alto quello della famiglia Perretti- Sovelli.

Oggi il castello ospita il Museo Nazionale del Molise, che da anni opera a servizio della comunità e porta avanti un lungo lavoro di ricerca. L’obiettivo principale del museo è quello di mettere in evidenza la ricchezza artistica del Molise, confrontandola anche con opere provenienti da altre regioni. Il museo infatti custodisce pezzi del Museo di Capodimonte, delle Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma e del Palazzo Reale di Caserta. Le opere custodite all’interno del museo seguono un arco storico che inizia durante i primi anni del Medioevo e prosegue fino al ‘Seicento, snodandosi tra le pitture e i decori che arricchiscono le stanze del castello.  

Concattedrale di Santa Maria Assunta

Nel V secolo d.C. Venafro diviene sede episcopale ed in questa occasione è stata edificata la prima struttura della cattedrale. La chiesa paleocristiana delle origini non ha nulla a che vedere con l’edificio di culto che si può ammirare oggi, perché nel corso dei secoli calamità e incursioni barbariche hanno reso necessari numerosi rimaneggiamenti.

La chiesa originale era di piccole dimensioni e dal Colle San Leonardo guardava verso il foro romano.

Nel XI secolo la sede episcopale di Venafro viene unita a quella di Isernia ed il vescovo Pietro da Ravenna avvia i lavori per la ristrutturazione della facciata. In quest’occasione la pianta a navata unica viene sostituita con una a tre navate, lungo le pareti vengono ricavate delle cappelle, viene costruito un arco trionfale e la facciata viene abbellita con simboli tratti dai bestiaria medievali.

Due terremoti, nel 1349 e nel 1356, hanno danneggiato gravemente l’intero edificio ed è stato necessario intervenire con nuovi lavori di restauro, durante i quali vengono introdotti gli elementi in stile gotico che caratterizzano soprattutto la facciata.

Nel 1935 nuovi lavori portano alla luce alcuni affreschi risalenti al ‘Quattrocento.

Oggi la Concattedrale di Venafro è un edificio architettonico in stile gotico, che nella facciata non ha particolari motivi decorativi. Sono presenti tre portali d’ingresso con arco a tutto sesto ed un campanile incluso nella costruzione. L’intero conserva una linea semplice, con le navate divise da due arcate laterali.

 

Parco Archeologico di Venafrum, antica città romana

La piana di Venafro è frequentata dagli uomini fin dall’antichità, ne è testimone un tempio sannitico esistente fin da IV secolo a.C.

Nel III secolo a.C. Venafro entra a far parte dell’impero romano e inizia un periodo di notevole crescita che culminerà nel 14 a.C quando il borgo diventa una colonia augustea. In questo periodo Venafro avvia un periodo di profondo rinnovamento nell’assetto urbano e vengono costruiti numerosi edifici pubblici e privati. La colonia di Venafro in questo periodo è tra le più importanti della zona, grazie anche alla produzione e al commercio di olio di ottima qualità. Purtroppo nel 346 un violento terremoto sconvolge la piana, gli abitanti di Venafrum abbandonano il centro abitato per fondare un nuovo borgo medievale nell’altura che sorge ad ovest.

Oggi molto di quello che era l’antica Venafrum è custodito all’interno del Parco Archeologico.

Una cinta muraria, per gran parte ancora in piedi, custodisce alcuni dei più importanti edifici pubblici e privati costruiti durante l’impero di Augusto. Le mura probabilmente sono state realizzate nel 40 a.C. grazie al lavoro svolto dal magistrato C. Aclutius Gallus, com’è testimoniato dall’epigrafe che si trova lungo le pareti.

Sulle pendici del Monte Santa Croce è stato costruito il teatro, realizzato in diverse fasi storiche. Il nucleo originale comprendeva solo l’ima e la media cavea, a cui successivamente è stata aggiunta la summa cavea che aveva lo scopo anche di contenere il terreno franoso del monte.

Il ninfeo risale invece al II secolo d.C. come anche gli impianti idraulici posti ai lati, che dovevano servire per i giochi d’acqua nell’orchestra.

Il terremoto che colpisce la zona nel 346 d.C. fa crollare parte delle sculture presenti nel teatro, che vengono riposte tutte nel ninfeo con l’intenzione di restaurarle in seguito.

Alcune testimonianze storiche hanno evidenziato che già a partire dal V secolo il teatro è stato utilizzato come ricovero e usato per abitazioni civili.

Poco distante si trova l’Anfiteatro, il Verlascio, costruito nel I secolo d.C. e conservato grazie all’accostamento di case realizzate nel ‘Seicento. Quest’edificio è stato edificato grazie al finanziamento di un membro della gens Vibia, una famiglia molto importante a Venafro. Tutto questo è testimoniato da un’epigrafe che è stata rinvenuta all’ingresso dell’anfiteatro.

Tra gli edifici privati di notevole importanza si ricordano un edificio in via Licinio, con pavimentazione in marmo e mosaico e alcune terrecotte decorative che raffigurano grifi. Grazie all’analisi delle diverse stanze e delle pavimentazioni, alcune in mosaico e altre in coccio pesto, si è evidenziato che la struttura ha avuto tre fasi di vita: una più antica, legata all’utilizzo di blocchi in tufo, una risalente al III secolo d.C. ed una successiva in cui vengono rialzati alcune zone della pavimentazione. Purtroppo durante il periodo medievale l’edificio è stato utilizzato come cava e questo lo ha notevolmente compromesso.

L’Acquedotto di Venafro

Un altro edificio pubblico molto importante durante il periodo imperiale è l’Acquedotto. L’Acquedotto di Venafrum è stato realizzato tra il 17 e l’11 a.C. e il suo uso è stato regolamentato da un editto, giunto fino ai nostri giorni. L’intera struttura era lunga circa trenta chilometri, in parte interrata ed in parte realizzata con strutture in opere cementizie. Partiva dalla foce del fiume Volturno e giungeva fino alla parte più alta della città, dove si trovava il Castellum Acquae, cioè il serbatoio.

Lungo le vie che dalla città romana portavano verso Cassino, Teano e Isernia si trovavano le necropoli. Una testimonianza molto importante sono anche alcuni monumenti funebri isolati rispetto al contesto delle necropoli, il che evidenzia l’uso di costruire tombe all’interno dei propri terreni.

Non c’era municipio romano senza una zona sacra e un tempio. Il luogo di culto più importante  a Venafrum era quello dedicato alla Magna Mater che purtroppo non è mai stato ritrovato.

Secondo alcune ipotesi il tempio sorgeva nello stesso luogo dove si trova la Cappella di Monte Vergine. Qui infatti si trova un terrazzamento in opera cementizia che, con molta probabilità, supportava un edificio pubblico, quasi certamente un tempio. La tesi è rafforzata anche dalla continuità del culto femminile nello stessa area sacra.

In bilico tra quello che era e ciò che è, Venafrum racconta un passato glorioso da rivivere passeggiando tra i resti dell’antico municipio romano, che con coraggio ha resistito allo scorrere impetuoso del tempo e alle numerose calamità che hanno colpito la zona.

Parco Regionale dell’Olivo di Venafro

Nel 2008 nasce il Parco Regionale Agricolo Storico dell’Olivo di Venafro.

 Il territorio di Venafro è l’unico a poter vantare una coltivazione di olivi secolari, che affondano le radici nell’antica Roma, periodo durante il quale l’olio di questo territorio era conosciuto come ‘il migliore al mondo’.

Catone, studioso latino, nel De Agri cultura suggerisce a tutti i metodi di coltivazione  che vengono utilizzati a Venafro e non è di certo l’unico a raccontare la cura e l’amore che Venafrum aveva per questa coltivazione e per la sua produzione.

Dopo un lungo periodo di abbandono, da alcuni anni la regione Molise ha istituito questo parco, nato anche per garantire una forma di tutela verso il proprio patrimonio. Il parco dell’Olivo è anche e soprattutto simbolo di un riscatto sociale, per una zona spesso trascurata e lasciata in mano al vandalismo.

Il parco dell’Olivo parte dalle spalle della Concattedrale di Venafro e prosegue fino alle pendici del Monte Croce, intrecciandosi con sentieri sterrati e resti delle antiche testimonianze di Venafrum, tra cui una parte dell’acquedotto romano e la chiesetta della Madonna della Libera.

I custodi di questo parco sono i cittadini di Venafro che utilizzano gli alberi d’olivo per la produzione di un olio di qualità eccellente ma vengono nel parco anche per passeggiate all’aria aperta e momenti di convivialità.

Oasi WWF ‘Le Mortine’

Un piccolo tratto del fiume Volturno segna il confine tra il Molise e la Campania: è in quest’angolo di mondo che è racchiusa una delle più belle zone verdi della regione Molise.

L’Oasi ‘Le Mortine’ è stata istituita nel 1999 e comprende centoventicinque ettari di natura incontaminata. Seguendo i sentieri sterrati ci si può immergere nel verde lussureggiante dei boschi, fino a giungere alla riva del fiume e davanti ad un piccolo specchio d’acqua: un laghetto artificiale che spesso ospita diverse specie di anatre. Quest’oasi del wwf si trova lungo le rotte di migrazione dei volatili e non di rado si fermano a sostare per alcuni periodi. In quest’area sono stati visti anche la Moretta Tabaccata e dei rari esemplari di Fistione Turco.

La flora è variegata, si passa dalle diverse specie di Salici al Pioppo Bianco. Una zona è interamente caratterizzata da Ontone nero, intervallata da arbusti di Sanguinello, Nocciolo e Luppolo.

Un vero e proprio paradiso di pace e quiete, immerso nella natura più pura.

I quaranta giorni di Padre Pio a Venafro

Sul finire del 1911 il Padre Provinciale Francescano convince Padre Pio ad andare Napoli, per sottoporsi ad una visita dal Dottor Cardarelli. Il medico si dichiara molto preoccupato delle condizioni di salute del frate, che sono talmente gravi da lasciargli ormai pochi giorni di vita. Suggerisce quindi che venga portato al convento di Venafro, che è il convento più vicino ma è anche una località nota per la salubrità della sua aria.

Padre Pio dimora quaranta giorni a Venafro e questa permanenza è spesso associata all’esperienza che Cristo ha fatto nel deserto. Come Gesù anche Padre Pio ha digiunato per molti giorni, nutrendosi solo di eucaristia, ha combattuto contro il diavolo che lo ha tentato presentandosi sottoforma di donna nuda oppure di santi, e ha avuto delle estasi, durante le quali parlava direttamente con Dio.

Il padre confessore di Padre Pio durante questi giorni si è preoccupato di appuntare quando egli dicesse durante le estasi e grazie a questo oggi possiamo leggere le parole con cui il Santo di Pietralcina chiedeva a Cristo la possibilità di vivere sulla sua carne il dolore della sua Passione e morte. Padre Pio infatti desiderava ardentemente avvertire nelle sue mani la sofferenza dei chiodi con cui era stato crocefisso Gesù.

Vennero chiamati alcuni medici per assistere il frate durante le estasi, in queste occasioni vennero registrati parametri discordanti tra le pulsazioni e i battiti cardiaci: le prime era forti e veloci ma i secondi erano fortissimi e velocissimi, come se il cuore volesse scoppiare. Tutt’ora non si riesce a spiegare questo fenomeno.

Il frate doveva restare nel convento fino alla sua morte, per questo una sera il padre guardiano si mise a scrivere l’omelia da avrebbe recitato in occasione del funerale del frate. Mentre era intento a trovare le parole giuste, Padre Pio giunse nella sua stanza per riferirgli che Gesù lo aveva mandato a ringraziarlo delle belle parole usate ma anche per fargli sapere che passerà ancora molto tempo prima che vengano pronunciate e che non sarà lui a farlo.

Padre Pio in quel periodo era stato da poco ordinato sacerdote ma a causa delle sue condizioni di salute non aveva ancora potuto celebrare messa, il desiderio di poter officiare era talmente forte che spesso nei suoi colloqui con il Signore chiedeva la possibilità di farlo, raccomandandosi di non ascoltare quello che dicevano in merito i suoi superiori. Un giorno il padre guardiano, vedendo che il frate non migliorava, decise di scrivere al padre generale per chiedere la possibilità di far tornare Padre Pio a Pietralcina, dal momento che anche lui lo chiedeva con insistenza. Il permesso gli venne accordato, il padre tornò nel suo convento il 7 dicembre ed il giorno dopo era in piedi per celebrare messa.

Padre Pio è morto il 23 settembre del 1968.

Venafro… città dei Taralli

Gli abitanti di Venafro ci perdoneranno se abbiamo italianizzato una delle eccellenze tipiche di questo borgo molisano. Non Taralli ma ‘ v’scuott’, biscotti. Per realizzarli si fa un impasto di farina, olio extravergine d’oliva, rigorosamente locale, sale e finocchietti selvatici. L’impasto viene tagliato in piccoli pezzi, lavorato, arrotolato su se stesso ed infine attorcigliato; una volta stabilità la forma i ‘v’scuott’ vengono lessati e poi cotti al forno.

I ‘v’scuott’ sono anche l’ingrediente principale del piatto tipico più famoso di Venafro: il ‘Boccone da re’. La tavola del Molise poggia le sue basi sulle materie prime della cucina contadina, contraddistinta da un inconfondibile profumo di squisita genuinità.

Il ‘boccone da re’ si realizza spezzettando i ‘v’scuott’ e immergendoli in una insalata di pomodori freschi, leggermente innaffiata con acqua e condita con olio e sale. Il piatto viene lasciato a riposare per qualche minuto, per far inzuppare al meglio i ‘v’scuott’. Trascorso questo piccolo lasso di tempo, il ‘boccone da re’ è pronto per essere gustato con generose cucchiaiate che sono un esplosione di sapore e bontà.

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