Il Borgo di Ravello

È cresciuta all’ombra della grande e potente Amalfi, ma Ravello non ha nulla da invidiare agli altri centri della costiera amalfitana.

Tonalità di verde che si uniscono e si mescolano alle infinite sfumature del blu del cielo e del mare, un paesaggio senza eguali e poi un velo leggero e morbido di quiete: è il segreto che rende magico questo borgo.

Ravello ha come sottofondo la musica della tranquillità. Non sapete come fa?

Non ha nulla a che vedere con le note sorde del silenzio e nemmeno con i ritmi veloci delle vite cittadine.

Questa melodia ha il suono del fruscio degli alberi e del chiacchiericcio delle acque marine. Il ritmo è scandito dai passi di chi attraversa le piazze e va su per le stradine. Le pause sono il fiato trattenuto per la meraviglia. La chiave di violino di questa sinfonia parte dal Belvedere di Villa Cimbrone, adagiata su un pentagramma che si snoda tra i monti della costa e prosegue tra le chiese e le eleganti dimore gentilizie.

Mille suoni diversi, uniti in un’unica sinfonia che dice solo una cosa: esistono posti belli, ma Ravello è un luogo a cui si lascia il cuore.

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La storia

Ravello è un borgo situato nell’entroterra della costiera amalfitana. Come molti altri centri vicini, si racconta che Ravello sia stato fondato da un gruppo di Romani a seguito di un naufragio. Alcune testimonianze storiche però smentiscono le credenze popolari e raccontano di alcuni uomini che abitavano questa zona fin da prima dell’arrivo dei naufraghi.

Nell’839 viene fondata la Repubblica di Amalfi e s’iniziano ad avere i primi documenti scritti in cui viene citata anche Ravello.

Amalfi ha sempre goduto di una posizione di supremazia rispetto ai borghi vicini, ma questo potere viene minacciato con l’arrivo dei Normanni. I nuovi dominatori stringono legami con le famiglie nobili di Ravello, ricevendo in cambio un controllo sulla nobiltà amalfitana.

Quando Ravello viene attaccata dai Pisani il normanno Ruggero d’Altavilla si schiera in difesa del borgo campano, riuscendo a respingere l’assalto. Nel 1137 Pisa attacca nuovamente Ravello e questa volta la sottomette, devastando il borgo e il territorio che la circondava.

Un fascio di luce su Ravello arriva con Federico II di Svevia, che ottiene l’amicizia della nobiltà locale e affida loro incarichi di prestigio presso la sua corte.

Nel 1282, durante la dominazione angioina, Ravello viene coinvolta nella Guerra del Vespro, che per vent’anni danneggia irrimediabilmente i commerci marittimi, principale fonte di economia locale.  Si delinea per il borgo una situazione precaria, minata ancora di più dalle lotte interne e dai conflitti con la città di Scala.

Nel 1583 Maria D’Avolos, ultima erede della famiglia feudataria di Ravello, mette in vendita la proprietà. Al prezzo di duecentosedici ducati aurei le famiglie nobili rimaste riscattano il feudo, facendolo diventare di demanio reale.

Durante il regno dei Borbone la costruzione di una nuova strada porta l’attenzione su Ravello, che diventa una delle mete predilette dei viaggiatori europei.

Superata l’Unità d’Italia e qualche fenomeno di brigantaggio, Ravello si traghetta verso gli anni bui della prima metà del ‘Novecento. Sul finire della Seconda Guerra Mondiale giunge a Ravello il re Vittorio Emanuele III, che era in fuga da Brindisi e trovò riparo a Villa Episcopio. Qui il monarca passò le redini al figlio Umberto e firmò l’accordo per il governo provvisorio.

Il complesso del Duomo

Il complesso del Duomo di Ravello è articolato in tre strutture: il Duomo, per l’appunto, la Chiesa del Corpo di Cristo ed il Museo del Duomo.

Le tre navate del Duomo sono lo scrigno di alcuni tra gli elementi più preziosi ed unici di questo borgo campano, tra reliquie ed importanti opere d’arte. Ma è necessario procedere per ordine.

Piazza del Vescovado è il fulcro della vita di Ravello, ed è qui che si affaccia la splendente facciata della chiesa, dedicata a San Pantaleone. Semplice ed incredibilmente candida, la facciata è un invito ad esplorare e a scoprire ciò che è custodito nella chiesa.

Le linee degli ambienti interni sono dettate da due colonnati, che creano le tre navate seguendo l’assetto a croce latina.

Girovagando tra le tele e le statue dei santi, si giunge alla Cappella dedicata a San Pantaleone. Non esisteva fino al 1643 ed è stata voluta dal vescovo Bonsio, che desiderava riservare alla reliquia di San Pantaleone un luogo appartato, spostandola dall’altare maggiore, dov’era forse troppo esposta.

Oggi un’ampolla custodita nella cappella, posta dietro due grate, conserva il sangue di San Pantaleone. Questa reliquia è senz’altro una dei misteri di fede più affascinanti. Il sangue del Santo, secco da secoli, torna ad essere liquido ogni 27 di luglio, in occasione dell’anniversario del martirio,  davanti ai fedeli che trattengono il fiato.

Proseguendo la visita nella chiesa non si possono non notare i due amboni, l’ambone Rogadeo e l’ambone Rufolo.

Gli amboni sono comuni nelle prime chiese cristiane, sono strutture rialzate che venivano utilizzate per le letture delle Sacre Scritture e per le omelie.

L’ambone Rogadeo prende il nome dal vescovo che lo ha commissionato, nella prima metà del 1100. Questo ambone è contraddistinto da una decorazione a mosaico, divisa su due livelli. Quello inferiore è incentrato sul motivo dell’eternità divina e quello superiore racconta la Resurrezione cristiana attraverso la storia biblica di Giona che venne inghiottito da una balena.

L’ambone Rufolo è stato invece commissionato da Nicola Rufolo, membro di spicco di una delle più importanti famiglie nobili di Ravello. L’intera struttura poggia su sei colonne, sostenute da leoni marmorei ripresi nell’atto del camminare. Nella balaustra si trovano elementi sacri come una Madonna che indica il Bambino e gli stemmi della casata, circondati dal Giglio, simbolo degli Angioini. La decorazione di questo ambone è interamente incentrata sul giardino del Paradiso. Particolarmente importante è la presenza di un’aquila: l’aquila infatti è un uccello che, quando sente avvicinarsi la morte, sale sempre più in alto nel cielo per trovare nuova energia, ed in questa raffigurazione simboleggia il cristiano che, guardando all’esempio di Cristo, riesce a trarre nuova linfa vitale.

Chiude la chiesa del Duomo di Ravello un imponente portale in bronzo, realizzato da Barisano da Trani, nel 1179.

È tra le prime opere ad essere stata realizzata con la tecnica della fusione. È composta da ottanta formelle, disposte su due battenti. Incorniciate da motivi geometrici, cinquantaquattro formelle hanno al loro interno raffigurazioni di scene sacre, arricchiscono e completano l’opera le altre venticinque formelle che hanno funzione decorativa. Una sola tra tutte funge da epigrafe, mettendo al centro la data, il committente e l’artista. Il portale è stato restaurato di recente.

Dal 1983 la cripta ospita il Museo del Duomo, composto da due sale e da un piccolo ingresso. Il museo custodisce opere e reperti storici provenienti dalla chiesa sovrastante ma anche da altre chiese vicine. Tra tutte le testimonianze custodite una delle più importanti è un busto femminile in marmo bianco. In un primo momento si è pensato che rappresentasse Sigilgaida, moglie di Nicola Rufolo ma, in seguito, il sorriso tipico dell’arte classica ed altri particolari hanno fatto avanzare l’ipotesi che in realtà la donna sia la rappresentazione della Chiesa Trionfante.

Staccata dal Duomo è invece la chiesa del Corpo di Cristo, risalente al XIV secolo. Questo luogo da alcuni anni è stato spogliato della sua funzione sacra e presentato sotto una nuova veste, quella di Pinacoteca.

Si può dire senza timore che il complesso del Duomo, oltre al grande valore che ha all’interno della religiosità cristiana, dà un contributo importante alla storia dell’arte.

Chiesa di San Giovanni del Toro

La storia di Ravello è fortemente influenzata dalla presenza di famiglie nobili, interessate soprattutto ai traffici commerciali marittimi. La chiesa di San Giovanni del Toro era il luogo di culto della nobiltà nel Medioevo, situata in un punto non lontano dai palazzi più importanti.

È stata consacrata nel 1276 e la facciata con il campanile annesso si caratterizza per la sua semplicità, data anche dal colore bianco. Si accede all’interno da tre portali che corrispondono alle tre navate, delineate da due colonnati.

Particolarmente interessanti sono alcuni affreschi presenti nell’edificio: alcuni si trovano nelle lunette e altri, di cui si possono vedere solo dei resti, anche nella cappella dei Frezza, dedicata a San Nicola. Tra tutte le decorazioni pittoriche si distingue sicuramente il ciclo pittorico che si trova nella cripta, che risente molto dell’ influenza artistica diffusa nella costiera intorno al XIV secolo.

L’ambone del XII secolo è ricco di spunti artistici e s’incentra sul motivo di Giona e della Balena, richiamando così la decorazione dell’ambone Rufolo del Duomo.

Dal punto di vista storico questa chiesa è importante per via della presenza di un sarcofago del III secolo d.C., che testimonia l’uso comune di riutilizzare elementi di monumenti ed edifici risalenti all’antica Roma.

Le ville, simbolo di un’antica nobilità

Le architetture civili di Ravello sono narratrici d’eccezione di un passato fatto di fasti e gloriosa nobiltà locale. Palazzi e ville sono libri aperti, da spulciale per conoscere a fondo la storia locale.

Tra tutti gli edifici di cui racconteremo, Villa Rufolo merita sicuramente una menzione speciale perché apparteneva alla famiglia più in vista di Ravello. Quella che noi oggi vediamo è il frutto di numerosi ampliamenti e rivisitazioni effettuate nel tempo.

Il nucleo originario, risalente al XIII secolo, è composto dalle cucine e da un giardino a pianta quadrata, a cui si accede entrando da una delle due torri e percorrendo il lungo viale alberato.

Le torri, entrambe a pianta quadrata anche loro, hanno un forte valore simbolico. La prima funge da ingresso mentre la seconda ha una decorazione molto simile a quella presente nel Duomo e alla struttura che probabilmente era la Curia Civile. Tutto questo fa pensare ad un disegno progettuale comune.

La villa ha avuto una serie numerosa di proprietari che si è conclusa con lo scozzese Neville Reid, che ha ricavato un secondo giardino terrazzato in cui sono state piantate essenze ed erbe aromatiche. In questo stesso periodo la villa ha ospitato il compositore Richard Wagner.

Villa Cimbrone riassume perfettamente lo stile architettonico di Ravello.

Giungendo dal lungo viale alberato si arriva al palazzo che ricorda un castello fiabesco, per la merlatura delle sue mura, la forma ad arco delle finestre ed altri particolari. Una delle torri richiama il campanile della chiesa di San Martino ed il chiostro invece è ispirato sicuramente da quello del convento di San Francesco, come si può evincere dalle colonne tortili e dalle decorazioni del pozzo centrale.

Villa Cimbrone mantiene sicuramente un fascino incontrastato, grazie anche alla Tea room che si affaccia sul roseto e al parco che la circonda, alla fine del quale si giunge al Belvedere affacciato sullo spettacolare paesaggio della costiera amalfitana.

I Palazzi

Se le ville sono ancora oggi la rappresentazione della grande nobiltà locale, i palazzi sono i testimoni di un altro pezzo di puzzle che ha contribuito a scrivere la storia di Ravello. In passato questo borgo era particolarmente importante per i commerci marittimi, che hanno portato qui alcuni tra i borghesi e i commercianti più importanti della penisola. Le loro dimore, i palazzi, o ciò che oggi ne resta, sono la sintesi perfetta di questa classe sociale.

Palazzo Confalone è sicuramente quello meglio conservato. È una dimora storica a due piani, con un tetto spiovente. Questo palazzo si caratterizza per la presenza di colonne con archi a sesto acuto, ma anche per le decorazioni con motivi floreali e vegetali.

Palazzo d’Afflitto, anch’esso a due piani con un giardino intorno, si caratterizza per la presenza di elementi in marmo provenienti dalla chiesa di Sant’Eustachio. Dal punto di vista storico è di grande importanza Villa Episcopio, appartenuta alla curia locale. Ha avuto una vicenda edilizia molto complessa ed articolata ma si ricorda soprattutto perché tra le sue mura è stato ospitato il re Vittorio Emanuele III sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Qui il monarca ha abdicato in favore del figlio ed ha firmato il giuramento per il governo provvisorio.

Negli ultimi anni questa villa ha subito importanti interventi di restauro, che hanno lasciato solo alcuni dei tratti settecenteschi che la caratterizzavano.

Ravello e la musica: un amore indissolubile

Il Ravello Festival, da oltre sessantanni, è un evento musicale dal successo indiscusso, uno tra i più antichi e prestigiosi festival che si tengono in Italia.

Ravello e Villa Rufolo legano il loro nome a Richard Wagner, che soggiornò qui nel 1880, lasciando nell’aria l’eco delle sue melodie.

Già fin dagli anni Trenta inizia a circolare l’idea di organizzare dei concerti in onore del compositore tedesco, ma bisogna aspettare vent’anni perché questa proposta inizi a vedere la concretezza.

Il progetto è partito da Paolo Caruso che con grande spirito di avventura concepisce una serie di concerti su di un palco sospeso. Un’idea che appariva irrealizzabile e assurda, fin quando la mente di Paolo Caruso non ha incontrato l’Ente Provinciale per il Turismo, guidato a quel tempo da Girolamo Bottiglieri.

Da allora, ogni anno, su un palco proteso sul mare, la musica ha iniziato a diffondersi per le strade di Ravello, lasciando sempre un pezzo di cuore per le melodie di Wagner.

In questi anni il palco è stato calcato da alcune tra le orchestre più importanti al mondo, come la London Symphony Orchestra, la Filarmonica di San Pietroburgo, l’Orchestra della Rai e del Maggio Musicale, accompagnate da grandi nomi di direttori artistici, ballerini e coreografi ma anche attori e registi.

Senza ombra di dubbio oggi si può dire che il segreto del successo del Ravello Festival è la capacità di mescolare le melodie musicali ai suoni che regala il paesaggio, offrendo una vista unica sullo scenario costiero.

 

Gli ospiti illustri di Ravello

Ormai si sa, nel maggio del 1880 le porte cittadine furono aperte per ospitare il compositore tedesco Richard Wagner. Questo senz’altro è l’artista a cui Ravello è più legata e che ha più piacere a ricordare, ma le strade cittadine sono state percorse anche da altri passi altrettanto pregiati.

Sconvolse i pettegolezzi cittadini il direttore d’orchestra Leopold Stokowski, che trascorse tutto il tempo del suo soggiorno campano a nascondersi dai paparazzi, ma soprattutto a nascondere il suo amore con l’attrice Greta Garbo.

Il fascino di Ravello non sfuggì nemmeno allo sguardo attento degli scrittori. Tra le presenze più note non si possono non nominare Paul Valèry e il Premio Nobel per la letteratura del 1947 Andrè Gide che proprio in questo borgo ha strutturato “L’Immoralista”, il suo romanzo più famoso e scabroso.

Negli anni Cinquanta del ‘Novecento Ravello è stata scelta come scenario del film “Il tesoro dell’Africa”. Giunsero qui attori, scenografi, registi e anche lo sceneggiatore Truman Capote, che solo cinque anni dopo diede alle stampe “Colazione da Tiffany”.

Insomma, difficile sfuggire alla bellezza di questo luogo.

Richard Wagner

Richard Wagner non è nato e non è morto a Ravello, ma la città è indissolubilmente legata alla figura del compositore tedesco.

Lipsia è la città che gli ha dato i natali, il 22 maggio del 1813.

Frequenta i teatri fin da bambino e ben presto intraprende gli studi musicali, più volte interrotti. Dopo aver ricoperto alcuni ruoli importanti a Würzburg e aver scritto la sua prima opera “Die Feen”, decide di imbarcarsi per Parigi, spinto soprattutto dalla necessità di pagare i suoi debiti e avere un miglior tenore di vita.

L’avventuroso viaggio verso la capitale francese sarà fonte d’ispirazione per una delle sue opere più famose ,‘L’olandese volante’, conosciuta anche come Il vascello fantasma.

A Parigi matura anche la decisione di comporre i libretti delle sue opere in autonomia. Nel 1842 debutta per la prima volta a Dresda con ‘ Rienzi’. È l’inizio di una carriera fatta di glorie e soddisfazioni.

Nell’aprile del 1879 termina di scrivere il ‘Parsifal’, l’opera che è conosciuta come il suo testamento musicale. Mancando però la parte dell’orchestrazione, decide allora di prendersi una pausa e di partire per il Sud Italia insieme alla moglie Cosima e al figlio Siegfried. Visitano prima Napoli, poi Amalfi che da anni attraeva artisti da tutto il mondo ed infine giungono a Ravello. Qui sono ospitati a Villa Rufolo dallo scozzese Neville Reide. La visita è descritta nei dettagli dalle parole di Cosima Wagner, che affida i suoi pensieri ad un diario.

Al termine del suo soggiorno il Maestro parlerà di Ravello come di una città’ “bella oltre ogni descrizione”.

Il suo viaggio nel sud Italia prosegue di tappa in tappa e a Palermo nel 1882 Wagner termina anche la sua ultima opera. Nell’autunno di questo stesso anno tutta la famiglia decide di trasferirsi a Venezia, presso Palazzo Vendramin. Alcuni mesi dopo il Maestro muore a causa di un attacco cardiaco e viene sepolto a Bayareuth, per permettergli di essere sempre vicino al suo teatro.

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Il limoncello

La Costiera Amalfitana non è bella solo per il paesaggio ma anche per i profumi e i sapori che regala. Alcuni di questi sono legati in particolare alla presenza di limoneti. La coltivazione di limoni in zona è antica e testimoniata da alcuni scritti che parlano di ‘giardini di limoni’ già nel ‘Seicento.

Quando parliamo di limoni non parliamo dell’agrume in generale ma in particolare del limone ‘sfusato amalfitano’, una varietà che è presente solo nella costiera di Amalfi.

Da questo agrume si può produrre uno dei limoncelli più buoni che ci siano in circolazione.

Il procedimento è abbastanza semplice.

Ingredienti:

  • 5 limoni sfusato amalfitano, non trattati chimicamente;
  • 500 ml di alcool puro;
  • 750 ml di acqua;
  • 600 gr di zucchero semolato.

Preparazione:

Il primo passo è quello di lavare ed asciugare i limoni, togliendo eventuali impurità. Con un pelapatate si affetta finemente la scorza, avendo cura di non prendere anche la parte bianca, che è particolarmente amara.

Le bucce di limone vanno poi messe a macerare per trenta giorni al buio nell’alcool, in un barattolo di vetro richiudibile ermeticamente.

Trascorso un mese si prepara uno sciroppo facendo bollire l’acqua e aggiungendo lo zucchero, ma spegnendo il fuoco prima che caramelli. Il composto va aggiunto alle bucce di limone e all’alcool, si mescola il tutto e si lascia di nuovo a riposo, al buio, per altri quaranta giorni.

Dopo questo tempo il liquore dovrà essere mescolato ed infine filtrato con l’aiuto di un colino.

A questo punto il limoncello è finalmente pronto. L’ideale è conservarlo in frigo oppure in freezer e servirlo freddo.

Insomma… gustare per credere!

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