Il Borgo di Martina Franca

Le foglie degli ulivi vibrano impercettibilmente con il canto delle cicale, nascoste tra i muretti a secco che racchiudono filari d’uva e prati. I trulli guardano da lontano al piccolo borgo, adagiato placidamente su un colle. Il quadro è quello che si vede dalla Valle d’Itria volgendo lo sguardo verso Martina Franca. La città, bianca come una perla, è racchiusa tra l’Ionio e l’Adriatico, in un lembo di terra in cui le macchine sono bandite. I piedi guidano animi curiosi, portandoli dopo Porta Santo Stefano, lungo il “Ringo”, dove il vento sospinge tra i balconi dalle forme sinuose e i fiori colorati. Lasciatevi condurre per le curdunidde: un labirinto di stradine e case modeste, lontane dai fasti del palazzo ducale e della Basilica di San Martino. Da Piazza del Plebiscito la chiesa Collegiata strizza l’occhio al Palazzo dell’università, la spiritualità incontra il potere politico di un tempo, ballano e regalano uno scenario che sospende il fiato.

Il Barocco a Martina Franca non è solo uno stile: diventa un modo di essere, di vivere, che abbraccia l’arte e la musica quando la città diventa il palcoscenico del Festival della Valle d’Idria.

Elegante e raffinata ma anche vivace e briosa, Martina Franca indossa questi aggettivi con orgoglio perchè sono gioielli preziosi da mostrare a tutti. E dall’alto della sua collina, con un pizzico di vanità, sussurra “Qui la magia incontra la quotidianità”.

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La storia

Nel X secolo i saraceni asserragliarono la Puglia, partendo dall’alto fino a giungere al punto più estremo della regione. Senza pietà e senza scrupoli incendiarono città, distrussero monumenti sacri ed uccisero uomini e bestie. I villaggi che incapparono in quest’incubo uscirono distrutti e decimati, molti uomini vennero uccisi e molti altri riuscirono a scappare e a trovare riparo in grotte sperdute o in luoghi isolati. È il caso di un gruppo di profughi che da Taranto si rifugiarono sul Monte San Martino; a loro ben presto si aggiunse un gruppo di pastori nomadi ed insieme diedero vita al primo nucleo abitativo di Martina Franca.

Le prime fonti scritte che attestano ufficialmente la nascita del borgo risalgono al 1300, anno in cui Filippo d’Angiò offrì franchigie a chiunque venisse a risiedere in questo luogo: per questo divenne “Franca”. Il nome originario “Martina”, in questi anni si arricchisce con l’aggiunta di questo aggettivo, che perderà pochi anni dopo e riacquisterà solo dopo il 1861.

Nel timore di subire scorribande di barbari e pirati, Martina Franca, sotto la dominazione angioina, decide di racchiudere il suo centro abitato all’interno di una spessa cinta muraria. Oggi di questa struttura difensiva sono rimaste in piedi solo alcune porte d’accesso, tra le quali spicca quella di Santo Stefano che è il varco d’accesso al centro storico.

Nel XVI secolo il feudo di Martina Franca passa nelle mani dei duchi Caracciolo di Napoli. Questa famiglia rappresenta la chiave di volta dell’arco di crescita del borgo, infatti nella seconda metà del 1600, con il duca Petracone V Caracciolo, a Martina Franca c’è un importante slancio architettonico ed è proprio in questo periodo che viene edificato il Palazzo Ducale. Anche la Basilica di San Martino viene edificata sotto la guida della famiglia Caracciolo, ma bisogna spostarsi di qualche anno, nel 1747, quando il duca Francesco II pose la prima pietra per la costruzione del luogo sacro. Il secolo dei lumi rappresenta per la città un altro importante periodo di crescita urbana ed economica, favorita dallo sviluppo dell’allevamento e dell’agricoltura che in quel periodo erano le attività principali. Nonostante i benefici che la famiglia napoletana ha portato a Martina Franca il popolo non sempre ha accolto con favore la presenza dei duchi: nel 1646 un fabbro conosciuto con il nome di Capo di Ferro ha guidato una protesta che si è conclusa con un nulla di fatto e i Caracciolo hanno tenuto il feudo fino al 1827.

Durante gli anni del Risorgimento questo borgo è stato animato da idee liberali.

Palazzo Ducale di Martina Franca

Martina Franca, come molti borghi della Puglia, è rientrata tra i possedimenti di Raimondello Orsini del Balzo, che in questa città edificò uno dei suoi castelli medievali. Quando questo feudo divenne ducato, la famiglia Caracciolo rase al suolo il castello e costruì al suo posto un imponente palazzo ducale. L’iniziò dei lavori è datato 1668, per volontà del duca Petracone V che chiamò a supervisionare i lavori Gian Lorenzo Bernini.

La facciata del palazzo rientra a pieno titolo nel gusto barocco, con lesene ed una balconata che divide in due il prospetto. Per volere del duca sotto la balaustra in ferro sono state scolpite quattro maschere apotropaiche per allontanare gli spiriti maligni: le due figure centrali sono alchimisti con gli occhiali, le due laterali sono state rappresentate con la lingua di fuori.

L’opera verrà terminata un secolo più tardi, con il duca Francesco III Caracciolo che affidò i decori del palazzo al suo artista di corte: Domenico Carella. Questo pittore aveva il compito di abbellire il più possibile la dimora gentilizia del ducato, secondo i gusti settecenteschi.

Sin dall’ingresso del palazzo si ha la sensazione di trovarsi davanti ad un capolavoro di pura maestria. Il duca amava entrare nel palazzo passando attraverso una piccola stanza in cui sono raffigurate alcuni oggetti della sua vita quotidiana: tazze e vasi poggiati su mensole, ma anche camei appesi alle pareti con dei fiocchi, su uno sfondo che da’ l’idea del tessuto che viene usato per i sipari scenici. Passando attraverso gli originali infissi settecenteschi si possono ammirare le tre sale principali, che erano adibite al ricevimento degli ospiti.

La prima sala è quella della Bibbia, in cui si possono vedere raffigurate scene sacre e simboli di vizi e virtù umane. Nonostante le scene facciano riferimento ad epoche passate e a luoghi lontani geograficamente,  le figure sono ritratte secondo un gusto tipico del periodo, con abiti e gioielli in linea con lo stile dell’epoca. Questa era un’usanza comune della pittura settecentesca, per far sentire gli ospiti il più vicino possibile a ciò che era stato dipinto sulle pareti.

La seconda sala è quella del mito, con scene tratte dalla mitologia greca e latina. Lungo le pareti si trovane le vicende di Apollo e Dafne, Nasso e Deianira. La parete centrale è dedicata alla sfida tra Atlante e Ippomene, mentre il soffitto è dedicato ad Ercole che libera Esione dal drago. Le vicende di Ercole proseguono anche nel salone da ballo: l’eroe mitologico viene dipinto nel momento della sua incoronazione e poco più in basso si vede un piccolo angelo con tavolozza e pennelli. Questo piccolo dettaglio sta ad indicare che il volto di Ercole sarebbe in realtà quello del pittore Carella. L’artista non è il solo a comparire nei dipinti, nella sala dell’Arcadia infatti si può vedere il duca Francesco III Caracciolo e alcuni componenti della sua famiglia. Le scene raffigurate in questa stanza si rifanno ad un ideale di felicità tutto settecentesco, rappresentato dalla vita a stretto contatto con la natura e con la cultura illuminata, il risultato sarebbe una gioia semplice e spontanea. Nella sala dell’Arcadia lungo le pareti laterali si possono vedere  degli angeli nell’atto di accendere delle lanterne: sarebbero un richiamo ai cinesi raffigurati nella stanza precedente.

Gli affreschi del palazzo ducale di Martina Franca sono il vero emblema del gusto pittorico del settecento, votato non alle grandi tele e ai grandi spazi, ma piuttosto ai piccoli dettagli, che celano significati nascosti e custodiscono curiosi misteri.

 

Basilica di San Martino

La Basilica di San Martino è stata edificata nello stesso luogo dove nel passato furono costruiti altri due luoghi di culto. Il primo risale ad un epoca pre-angioina, aveva dimensioni modeste ed occupava solo una piccola porzione dell’edificio attuale. Il secondo era in stile tardo gotico  ed era molto più grande rispetto al precedente, coincideva quasi per intero con la pianta dell’attuale Basilica. Nel 1743 un terremoto ha danneggiato fortemente la città e ha distrutto la chiesa, nonostante ciò pochi anni più tardi, il 5 maggio del 1747, il popolo di Martina Franca ha deposto la prima pietra per la costruzione di un nuovo tempio.

La Basilica di San Martino non lascia spazio alla sobrietà e sceglie di presentarsi al mondo con uno stile Rococò. La facciata è dominata dalla statua di San Martino, raffigurato a cavallo nell’atto di tagliare in due il suo mantello per donarlo al mendicante, attorno alla figura del santo patrono si dipanano tutte le decorazioni del prospetto.

Entrando nella Basilica si ha la sensazione di entrare in un teatro, per via dei palchetti posti lungo il perimetro dell’edificio. Lo spettacolo vero sono i decori degli interni: fastosi e immersi in vortice di colore. I marmi policromi, le tele di prestigio, le statue, gli altari e le cappelle sembrano essere un percorso ordinato che conduce verso la magnificenza dell’altare maggiore. Un tripudio d’arte che circonda la figura di San Martino, nero in pietra dorata, protetto dalle due statue che simboleggiano la Speranza e la Carità.

Il popolo di Martina Franca ha voluto esprimere in questo modo la profonda devozione verso il santo di Tours, a cui la città e le credenze medievali hanno attribuito grazie e miracoli.

Convento delle Agostiniane

Un tempo a Martina Franca c’era un monastero che ospitava l’ordine dei frati minori ed era dedicato a San Francesco d’Assisi. Oggi di questo antico edificio rimane solo una lapide marmorea posta all’interno del chiostro del convento delle agostiniane. La distruzione di questo luogo di culto si deve al vescovo Tommaso Caracciolo che, su ordine del papa, dismise il monastero e destinò le rendite alla costruzione di un convento di clausura femminile intitolato a Santa Maria della Purità delle Agostiniane.

Il convento è un edificio imponente che per essere costruito ha comportato la distruzione di gran parte delle costruzioni che si trovavano nei dintorni, compresa la chiesa di San Nicola degli Appennini. Il convento accoglieva solo le fanciulle provenienti dalla nobiltà di Martina Franca ed ospitò anche alcune delle figlie dei duchi Caracciolo. Così facendo l’ordine si assicurò un ingente patrimonio di  immobili e capitali, incrementato dalle continue donazioni.

Le ragazze che sceglievano di intraprendere l’ordine monastico dovevano accettare le rigide regole che s’ispiravano ai precetti di Sant’Agostino.

All’ingresso del convento si trova un portale in stile barocco, sormontato dalla statua di Sant’Agostino. L’interno ha subito numerosi rimaneggiamenti ma conserva ancora elementi di pregio, come una tela che raffigura l’ultima cena ed è attribuita a Domenico Carella e due vere da pozzo con decori seicenteschi che si trovano nel chiostro. Al piano  superiore si trova una balaustra traforata da cui le monache potevano osservare il mondo esterno senza essere viste, preservando in questo modo la propria integrità spirituale.

Il punto più caratteristico del convento delle Agostiniane è il Belvedere, dalle forme rotonde armoniose che ricordano la torre campanaria di Sant’Andrea delle Fratte realizzata da Borromini. Questo è il punto più alto di Martina Franca, da qui la vista domina la città e i trulli della Valle d’Idria.

Pochi decenni dopo l’apertura del convento, venne edificato il conservatorio di Santa Maria della Misericordia, a cui potevano accedere le fanciulle provenienti da ceti sociali umili.

Chiesa di San Domenico

La chiesa di San Domenico è senza dubbio la più recente tra le chiese di Martina Franca, infatti è stata costruita nel XVIII secolo. Nonostante l’epoca, la facciata è in stile barocco ed è sormontata dalla statua di San Domenico, circondato da angeli. Il portale d’ingresso è arricchito da una cornice di pregevole fattura.

L’interno è un tripudio di marmi policromi, altari e tele, tra cui si distingue il dipinto che raffigura la Natività del Rosario.

Chiesa del Carmine

La chiesa del Carmine si trova al di fuori del centro abitato, ed è stata realizzata seguendo i principi del gusto Barocco. La facciata è ricca di nicchie ed il portale poggia su un timpano spezzato, alle spalle di prospetto si può vedere la particolare cupola a base ottagonale. L’interno della cupola è stato decorato con motivi geometrici che danno un’illusione ottica ma non è questo l’unico elemento importante della chiesa, infatti tra le mura di questo edificio sono conservate alcuni capolavori dell’arte pugliese:  una statua policroma attribuita a Stefano da Putignano, annoverato tra i nomi di spicco della scultura meridionale; un crocefisso di pregevole fattura ed una tela che raffigura la Madonna del Carmine circondata dai santi.

Il bosco delle Pianelle

Tra Martina Franca e Massafra esiste un luogo che sembra uscito da una fiaba della Buonanotte. È un bosco, uno di quelli in cui i bambini possono immaginare le briciole lasciate da Pollicino, la casa di marzapane di Hansel e Gretel e i nani di Biancaneve che ritornano festanti dopo una giornata di lavoro.

Il bosco delle Pianelle in realtà non è solo un semplice bosco: è un biotopo. Un biotopo è un luogo in cui vivono  alcune specie animali, come farfalle rare, mammiferi e rettili che hanno trovato riparo tra la macchia mediterranea e gli alberi di fragno, carpino nero e reverella.

Il bosco delle pianelle si lega anche alla storia di Martina Franca, perché nei territori vicini sono stati ritrovati numerosi reperti archeologici che testimoniano la presenza di un insediamento preistorico nella zona. Inoltre molti secoli dopo, tra gli alberi e gli arbusti  si sono rifugiati i briganti che da qui partivano e qui ritornavano dopo le loro scorribande.

Oggi il bosco delle pianelle rappresenta una luce luminosa all’interno dell’ambito dell’educazione trasversale. La sua gestione è stata affidata ad un gruppo di associazioni locali che organizzano spettacoli teatrali, mostre, laboratori e workshop e offrono anche aree attrezzate per fare pic nic. Se si vuole vivere il bosco in solitudine i suoi sentieri sono il luogo ideale per fare trekking o escursioni in Mountain Bike.

Il bosco delle pianelle è un luogo in cui sospendere i pensieri e godersi il mondo.

Il Festival della Valle d’Idria

Avete mai gustato un concerto al sorbetto? Magari in un salotto barocco, un pomeriggio d’estate, quando le ore calde iniziano a concedere una tregua e cala il sole sugli ulivi e sui monumenti. I concerti al sorbetto non rientrano tra i nomi inventati da uno chef d’alta cucina, sono invece piccoli concerti che potrete ascoltare nel chiostro della chiesa di San Domenico e che rientrano nel lungo programma del Festival della Valle d’Idria.

Il luogo che ospita appassionati di musica è soprattutto il Palazzo Ducale di Martina, ma ci sono anche le navate della Collegiata di San Martino, i chiostri, le piazze, i vicoletti del borgo che diventano braccia pronti ad accogliere.

Martina Franca è elegante anche in questo, anche nella musica, anzi, soprattutto nella musica. Le note splendide delle composizioni del seicento si mescolano a quelle del novecento, le opere liriche accompagnano le orecchie, i titoli inediti si affiancano a quelli più conosciuti ma poco ascoltati, forse dimenticati, le voci debuttanti seguono i grandi maestri in un labirinto di melodia e musica che suona a tutte le ore e delizia gli ascoltatori.

Il Festival della Valle d’Idria porta ogni anno nella città tarantina numerosi visitatori, curiosi ed appassionati, che scelgono d’immergersi in un clima che rievoca i fastosi ricevimenti dei duchi Caracciolo.

Dal 1975 Martina Franca, il suo palazzo ducale e l’intero borgo offrono giorni dedicati alla musica classica, la portano sul palcoscenico cittadino e la mettono alla portata di tutti, grazie alla Fondazione “Paolo Grassi” che organizza il Festival della Valle d’Idria e che ogni anno nella sua sede programma seminari e laboratori per far conoscere la lirica e avvicinarla anche alle persone che le sono più distanti.

Donato Carrisi

Nel febbraio del 2016 nelle librerie spagnole viene esposta l’ultima fatica letteraria di Donato Carrisi, che viene presentato al grande pubblico come lo scrittore italiano di thriller più venduto al mondo. In Italia questo non è un segreto da tanto tempo, infatti le sue opere hanno raggiunto i tre milioni di copie vendute, consacrandolo ufficialmente come il maestro contemporaneo del thriller italiano.

Donato Carrisi è nato nel 1973 a Martina Franca. Da ragazzo si trasferisce a Roma dove inizia una proficua collaborazione con il Corriere della Sera e si laurea in giurisprudenza, specializzandosi successivamente in criminologia e scienze del comportamento.

Prima che scrittore, la carriera di Donato Carrisi inizia come sceneggiatore di opere teatrali e successivamente di fiction per la televisione.

Nel 2009 pubblica la sua opera prima “Il suggeritore”, con il quale vince il premio bancarella. Da quel momento in poi il suo successo non si è più fermato e ha pubblicato numerosi altri romanzi gialli.

Nel 2016 pubblica “ La ragazza della nebbia” e nel 2017 firma la sceneggiatura e la trasposizione cinematografica di questo romanzo.

Il 4 dicembre del 2017 è arrivata in libreria la sua ultima fatica letteraria: “L’uomo del labirinto”, edito da Longanesi.

Rosaria Console

Rosaria (Rosalba) Console è una maratoneta italiana, nata a Martina Franca nel 1979.

Ha intrapreso la carriera sportiva a undici anni, quando ha iniziato a praticare ginnastica artistica. A Padova nel 2001 ha esordito nella maratona e ha continuato la sua ascesa, nonostante alcuni problemi fisici che le hanno causato delle difficoltà.

Rosaria Console vanta sei record personali, la vittoria nel 2004 alla Maratona di Vienna, sei titoli italiani e un oro nelle Universiadi.

Capocollo di Martina Franca

Da alcuni anni il nome di Martina Franca è indissolubilmente legato al suo capocollo. Un insaccato prodotto proprio in questo borgo pugliese che è tutelato da un apposito consorzio e viene asportato in tutto il mondo.

Il Capocollo di Martina Franca viene lavorato attraverso un processo lungo e accurato, che prevede tre fasi: la concia, cioè l’aromatizzazione, l’asciugatura e l’essiccatura. Il risultato è un insaccato dal gusto equilibrato e armonioso che piace veramente a tutti.

Il Capocollo di Martina Franca è tutelato anche dal Presidio Slow Food.

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