Il Borgo di Urbino

Urbino, accoccolata tra due colli, da secoli fa l’amore con la campagna che la circonda. Diverse sfumatura di verde si uniscono e si mescolano con il rosso dei mattoni del centro storico, in un’armonia senza tempo.

Tra il gomitolo di vicoli e piazzette, le case si mostrano nude ai passanti. Le pietre a vista, poggiate le une sulle altre affidano a questo borgo l’atmosfera di una fiaba, rustica e magica insieme.

Urbino, è rimasto nei secoli un luogo di sapere, ieri cortese e nobile alla corte del duca Federico, oggi brioso e vivace, grazie ai tanti giovani universitari che la abitano.

All’ombra dell’imponente Palazzo Ducale si respira l’aria del Rinascimento, l’eco dei grandi artisti ancora oggi circola per le stradine, tra le chiese e i palazzi.

Urbino è uno di quei borghi che entra dentro chiunque venga a visitarlo, che si sceglie un angolo di cuore e lì resta per sempre.

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La storia

A 485 m s.l.m. si trova la cittadina di Urbino, ‘un palazzo a forma di città’, com’è stata definita da Baldassarre Castiglione.

Urvinum (o Urbinum) Mataurense è stata costruita sul Poggio, un colle abitato fin dalla preistoria.

Nel 48 a.C. Urbino diventa uno dei più importanti municipi romani. La sua posizione è un punto strategico di grande importanza ma la rende anche una città molto in vista, per questo diventa necessario cingerla con un muro di difesa che comunque non impedisce ai Goti di invaderla. Nel 568 Urbino è stata conquistata dai Longobardi, che sono rimasti nel borgo fino alla fine del secolo. Nel VIII secolo Urbino è caduta nuovamente nelle mani dei Longobardi, che a quel tempo erano guidati da Lituprando.

Quando nel 733 giunse in Italia Carlo Magno, che mette fine al regno longobardo e regala Urbino alla Chiesa.  La città a quel tempo era un’importante sede vescovile, istituita nel 313.

Nel 1155 l’imperatore Federico Barbarossa nomina vicario imperiale di Urbino il conte Antonio da Montefeltro: così la famiglia dei Montefeltro entra ufficialmente a far parte della storia di Urbino.

Nel 1213 il feudo di Urbino è stato affidato a Buonconte e Taddeo Montefeltro, inizialmente non sono stati particolarmente graditi al popolo, che ha manifestato il proprio mal contento in ogni modo. I due sono riusciti ad imporre il proprio potere solo nel 1234.

Dopo un periodo di crisi, in cui la casata dei Montefeltro ha perso la guida di Urbino, un altro conte Antonio Montefeltro ha ripreso nuovamente le redini della città, ampliando i possedimenti ed ottenendo l’investitura papale nel 1390. Il conte aveva due figli, Federico, suo figlio naturale e Guidantonio, figlio legittimo avuto in seconde nozze. Proprio quest’ultimo è stato l’erede del conte, tuttavia a causa della sua condotta dissoluta è caduto vittima di una congiura ed è morto a soli diciassette anni.

Nel 1443 papa Eugenio IV ha investito la famiglia Montefeltro del titolo ducale. Una volta morto Guidantonio, la guida di Urbino è stata affidata a Federico, che aveva grandi ambizioni per la città e con la sua condotta illuminata è riuscito a renderla per almeno cinquant’anni il centro culturale d’Europa.

Alla sua morte, il potere è passato nelle mani di suo figlio Guidobaldo, che è ricordato ancora oggi come un principe felice e un perfetto gentiluomo, ma che tuttavia non aveva le doti politiche del padre.  A lui comunque si deve l’istituzione del Consiglio dei dottori, primo nucleo dell’Università di Urbino e la costruzione della cappella musicale del SS. Sacramento. Guidobaldo non godeva di buona salute e morì a trentasei anni, senza figli.

Estinta la casata dei Montefeltro, Urbino è passata nelle mani della famiglia Della Rovere che ha tenuto le redini del ducato dal 1508 al 1631. La città inizia una ripida discesa verso la decadenza. Alla morte di Francesco II, ultimo degli eredi, le prestigiose opere artistiche di Urbino sono state divise tra Firenze e Roma, dov’è stata trasferita anche l’intero fondo librario della biblioteca di palazzo.

Con la fine della signoria Della Rovere, il ducato di Urbino è stato affidato alla Santa Sede, che non ne ha avuto particolare cura.

Nel 1797 Urbino è caduta nelle mani dei Francesi, per poi ritornare tra i possedimenti dello Stato Pontificio.

Nel 1860 è entrata a far parte del Regno d’Italia, seguendone le vicende storiche.

Dal 1998 il centro storico di Urbino è annoverato nell’elenco Unesco dei siti patrimonio dell’Umanità.

 Il Palazzo Ducale

Quando nella prima metà del ‘Quattrocento Federico da Montefeltro diventò duca di Urbino aveva un solo grande sogno: rendere questa luogo la città ideale.

Federico decise allora di utilizzare i denari ricavati dalle sue campagne militari da mercenario per costruire un palazzo. Non uno qualsiasi, come ce ne sono tanti in Italia, ma un Palazzo Ducale che non doveva competere con nessun altro, che doveva brillare per maestosità e bellezza. Chiamò quindi gli architetti più importanti dell’epoca e le maestranze più abili, che iniziarono i lavori nel 1444 e li terminarono dopo trent’anni.

Il primo nucleo ad essere costruito è stato il palazzetto della Jole ed una parte della facciata, su progetto di Maso Bartolomeo.

In seguito la guida dei lavori è stata affidata all’architetto Luciano Laurana, che ha avuto il grande merito di rendere questo palazzo unico, riuscendo ad armonizzare il gusto dell’epoca con influenze orientali giunte dal nord, dai suoi luoghi d’origine.

Laurana ha realizzato il cortile d’onore, considerato, insieme all’Ospedale degli Innocenti di Firenze,l’esempio perfetto di architettura rinascimentale. Ma lo stesso architetto ha anche progettato la facciata dei torricini, in cui l’architettura squadrata rinascimentale lascia il posto a due singolari torrioni rotondeggianti, protesi verso l’alto e probabilmente ispirati a dei minareti.

A quest’architetto si deve anche lo studiolo di Federico, uno degli angoli più conosciuti di questo immenso palazzo, ammirato da tutti per la sua elegante bellezza. Da lui sono stati progettati anche altri ambienti di rappresentanza, come la biblioteca e la sala delle udienze.

Qualche anno più tardi il palazzo è stato completato dall’architetto fiorentino Francesco di Giorgio Martini, che ad Urbino aveva già realizzato il portale della chiesa di San Domenico e il Convento di Santa Chiara.

Una volta conclusa l’opera, il Palazzo Ducale di Urbino è stato uno dei più importanti centri culturali dell’Italia Rinascimentale. Federico da Montefeltro era un grande amante dell’arte e tra le stanze della sua dimora riunì gli artisti più importanti dell’epoca, come Piero della Francesca, Bramante e Giovanni Santi, padre di Raffello.

Alla sua morte il palazzo passò nelle mani del figlio, Guidobaldo, che aveva una salute precaria ed è morto giovane e senza eredi, ponendo fine alla casata dei Montefeltro.

Il ducato di Urbino e con esso il palazzo, passarono nelle mani della famiglia Della Rovere, che ha commissionato la costruzione di un secondo piano nobile.

Nel 1631 il ducato è rientrato tra i possedimenti della Santa Sede e il palazzo di Urbino è stato consegnato a secoli di abbandono e di incuria, da cui è uscito solo nel XIX secolo con l’inizio dei lavori di recupero. Nel 1912 è stata inaugurata la Galleria Nazionale delle Marche, così tra i corridoi del palazzo di Federico è tornata a circolare l’elegante bellezza dell’arte.

Galleria Nazionale delle Marche

La Galleria Nazionale delle Marche occupa circa ottanta sale del Palazzo ducale di Urbino, divise tra primo e secondo piano.

Oltre alle tantissime opere di prestigio custodite tra le mura dell’edificio, è lo stesso palazzo ad essere il centro del percorso espositivo.

La collezione di opere d’arte è costituita da tele, sculture in legno, terracotta e pietra, arazzi, incisioni, disegni e arredamento, realizzati in un arco temporale compreso tra il ‘Trecento e il ‘Seicento.

L’accesso alla Galleria è dal cortile d’onore, caratterizzato da un porticato su cui è incisa una lunga epigrafe che ricorda le vittorie del duca Federico e le sue doti di buon Signore. Da qui si può accedere a tutti gli ambienti visitabili. A piano terra si trova la biblioteca, che a suo tempo ospitava una delle collezioni librarie più prestigiose dell’epoca, poco più avanti si trova la sala dei banchetti e due piccole cappelle. Nell’Appartamento dei gentiluomini d’armi oggi si trovano i reperti del museo archeologico.

Salendo per lo Scalone d’Onore si accede agli ambienti nobiliari, costituiti da cinque appartamenti distinti e da alcune sale di rappresentanza.

L’appartamento del duca restituisce in pieno il gusto e l’atmosfera rinascimentale. È un appartamento composto da poche sale, all’interno delle quali però sono custodite alcune delle opere più importanti del ‘Quattrocento, realizzate su commissione di Federico da Montefeltro. La Flagellazione di Cristo e la Madonna di Senigallia sono le prime due tele che si trovano, realizzate da Piero della Francesca. Lo Studiolo del Duca è considerato una vera e propria opera d’arte, “uno scrigno di bellezza e prospettiva” ed è stato progettato e realizzato dall’architetto Laurana. Nella camera da letto si può ammirare il ritratto di Federico e di suo figlio Guidabaldo, eseguito da Pedro Berruguete.

L’appartamento della Duchessa custodisce invece il Ritratto di gentildonna (la muta) realizzato da Raffaello e le tele della Resurrezione e dell’Ultima Cena di Tiziano.

Dall’appartamento del Duca si accede alle sale di rappresentanza, tra le quali spicca per importanza e magnificenza la Sala del Trono, la più maestosa tra le sale all’interno della quale si può ammirare una collezione di arazzi del ‘Seicento, realizzati su cartoni di Raffaello. Sempre al primo piano nobile si trova la Sala degli Angeli, con il dipinto La Città ideale, opera di Giovan Battista Alberti e Luciano Laurana, La Comunione degli angeli di Giusto di Gand e la Profanazione dell’Ostia di Paolo Uccello.

Il secondo piano nobile è conosciuto anche come ‘appartamento roveresco’, perché voluto dalla famiglia Della Rovere. Qui si trova una serie di opere pittoriche realizzate tra il ‘Cinquecento e la seconda metà del ‘Seicento e una collezione di ceramiche pregiate.

Cattedrale della Madonna Assunta e Museo Diocesano Albani

La cattedrale di Urbino si distingue nettamente dal resto della città, dominata dalla tonalità di rosso del centro storico. La cattedrale spicca candida e protesa verso l’alto, con un austero stile neoclassico contraddistinto dalle imponenti colonne e dal timpano. Si distinguono le sculture che raffigurano sette santi, tra cui San Crescentino, patrono della città.

Il primo nucleo della cattedrale è stato voluto nel 1063 dal vescovo Beato Mainardo. Successivamente questa prima costruzione è stata abbattuta e nel ‘Quattrocento è stata costruita la nuova cattedrale, per volere di Federico da Montefeltro che probabilmente affidò la direzione del lavori all’architetto fiorentino Francesco di Giorgio Martini. Il suo aspetto definitivo però è stato dettato dalle linee guida dell’architetto Giuseppe Valadier, amante in particolare dell’architettura classica, che su questo stile ha impostato il prospetto e gli ambienti interni.

L’interno è ampio e solenne, a tre navate arricchite da importanti opere pittoriche. Nella navata centrale si trova l’altare maggiore con la grande tela che raffigura la Madonna Assunta, opera di Cristoforo Unterberger e I Bronzi, di Camillo Rusconi.

L’interno della cupola è stato decorato con le raffigurazioni dei quattro evangelisti e la committenza è stata affidata a diversi artisti.

Negli ambienti delle vecchie sagrestie è stato allestito il Museo Diocesano, intitolato alla famiglia Albani, che è stata particolarmente importante nella storia religiosa di Urbino.

Il museo è costituito da opere d’arte ed arredi sacri. Tra la collezione spiccano in particolare i codici miniati delle Corali del ‘Quattrocento che rientrano nel cosiddetto ‘tesoro della Cattedrale’, costituito da una serie di oggetti e suppellettili donati da papa Clemente XI.

Scendendo nella cripta si può ammirare il Cristo morto e la Madonna, opera scultorea di Giovanni Bandini.

Oratorio di San Giovanni Battista

L’Oratorio di San Giovanni Battista è stato costruito tra il 1365 e la fine del secolo. Inizialmente è stato pensato come ricovero per infermi, pellegrini e penitenti. Ancora oggi conserva la sua struttura originaria, con il soffitto ligneo a carena di nave. Solo la facciata principale è stata rimaneggiata nel ‘Novecento.

La fama dell’Oratorio di San Giovanni Battista è legata agli affreschi che arricchiscono l’interno e alla figura del Beato Pietro Spagnoli, le cui spoglie riposano sotto l’altare maggiore.

I decori pittorici sono opera dei fratelli Lorenzo e Jacopo Salimbeni, che li realizzarono agli inizi del ‘Quattrocento.

Il ciclo pittorico che si trova sulla parete di destra rappresenta alcune scene della vita di San Giovanni Battista. Sulla parete di sinistra è stata rappresentata la Madonna dell’Umiltà e la parete absidale è interamente occupata da un’imponente Crocefissione. Questo affresco colpisce per il forte contrasto tra la scena drammatica del Cristo in croce e l’insieme di scene che lo circondano e che rappresentano l’indifferenza della gente.

Gli affreschi dell’Oratorio di San Giovanni sono una delle forme più alte di gotico internazionale realizzata nelle Marche. I dipinti colpiscono per la potenza descrittiva, per le scelte cromatiche e per la ricchezza dei dettagli a cui talvolta sono stati aggiunti particolari in madreperla e altri materiali pregiati.

All’interno dell’oratorio si trovano i resti di un altro ciclo pittorico, che occupa la controfacciata ed è sempre incentrato sulla vita del Battista, tuttavia non si sa da chi sia stato realizzato.

Oratorio di San Giuseppe

L’oratorio di San Giuseppe è sede dell’omonima confraternita, istituita nel XVI secolo. Inizialmente i confratelli erano soliti riunirsi nell’oratorio di San Giovanni Battista, ma pian piano iniziò a nascere l’esigenza di avere uno spazio proprio.

L’oratorio di San Giuseppe venne costruito tra il 1503 e il 1515, sostenuto anche dalla famiglia Albani ed in particolare dal cardinale Annibale Albani e da papa Clemente XI.

La chiesa è a navata unica con affreschi realizzati da Carlo Roncalli, un pittore locale che ha dipinto anche le quattro grandi tele che costituiscono il ciclo pittorico sulla vita di San Giuseppe.

Sopra l’altare maggiore si trova un’edicola votiva in marmo, con due colonnine rosse che provengono dal Pantheon, donate all’oratorio da papa Clemente XI nel 1732. L’edicola custodisce la preziosa statua di San Giuseppe, realizzata in marmo bianco da Giuseppe Lironi ed inizialmente collocata nella basilica romana di San Giovanni in Laterano.

La fama di quest’oratorio è legata ad un presepe a grandezza naturale, che si trova in una delle cappelle. La natività è opera Federico Brandani che l’ha realizzata tra il 1545 e il 1550. È in tufo e pietra pomice e l’intera cappella è stata in seguito rivestita di tufo, per rendere l’idea di trovarsi in una grotta.

Casa Natale di Raffaello

La casa Natale di Raffaello è una dimora storica del XV secolo, acquistata dalla famiglia del pittore nel 1460.

Il padre di Raffaello, Giovanni Santi, era un artista alla corte dei Montefeltro e nella sua casa allestì la bottega, dove ha dato al figlio una prima formazione artistica.

Alla morte di Raffaello la casa è passata agli eredi, che la divisero in due parti e la trascurarono per un lungo periodo. Nel 1635 l’architetto Muzio Oddi ha acquistato la parte della dimora dove pare sia nato Raffaello e l’ha restaurata, due secoli più tardi, nel 1873, la casa è stata acquistata dall’Accademia Raffaello, che era stata fondata ad Urbino qualche anno prima.

Grazie all’Accademia la casa di Raffaello è tornata a risplendere d’arte, con oggetti legati alla figura del pittore rinascimentale e alla sua famiglia, ma anche con testimonianze che raccontano le vicende storiche, civili e religiose di Urbino.

In una delle prime stanze si trova la tela dell’Annunciazione di Giovanni Santi e la Madonna con la Seggiola e la Visione di Ezechele, entrambe opere di Raffaello. Accanto si trova la stanza dove Raffaello è nato, qui è conservato un affresco che raffigura la Madonna con il Bambino, un’opera dall’attribuzione dubbia, alcuni ritengono sia opera di Giovanni Santi, altri pensano che sia stata realizzata da Raffello bambino.

Al piano superiore si trova ancora oggi la sede dell’Accademia Raffaello, qui sono custoditi preziosi manoscritti, rare edizioni ma anche monete e ritratti.

Questa casa- museo ha sicuramente il merito di raccontare la figura di Raffaello e della Urbino che lo circondava.

Festa degli aquiloni

Tra il finire di agosto e gli inizi di settembre, quando si alzano i primi venti del Nord ad Urbino si alzano in volo anche gli aquiloni colorati, legati con un filo spesso alla tradizione e al cuore di ogni cittadino.

È la festa degli aquiloni, bambini e adulti si rincorrono sui colli facendo volare le loro comete su nel cielo.

Comete. Le chiama così Giovanni Pascoli nella sua poesia ‘L’Aquilone’ che in alcuni versi racconta proprio la festa di Urbino.

“Ora siam fermi

Abbiamo in faccia Urbino ventoso:

ognuno manda da una balza una

cometa per il ciel turchino”

Pubblicata per la prima volta nel 1897, questi versi risalgono a quando Pascoli studiava presso il convento degli Scolopi di Urbino. Bastano poche parole per far capire quanto sia antica la tradizione degli aquiloni, nata come una gara tra le contrade e poi formalizzata nella Festa degli aquiloni, che ha superato già da qualche anno la sessantesima edizione.

Gli aquiloni si preparano con materiali semplici: carta, canne, colla o acqua e farina. E poi ovviamente l’ingrediente più importante di tutti: la fantasia! Nel corso degli anni la festa degli aquiloni è cresciuta e con essa sono cresciuti anche i protagonisti, sono sempre di più quelli che si destreggiano nella costruzione degli aquiloni portando alla festa vere e proprie opere di maestria e bellezza.

Quando tutti sono pronti, l’appuntamento finale e più atteso è quello della gara delle contrade, che sui colli delle Cesane si sfidano a far volare gli aquiloni più in alto possibile.

Raffaello Sanzio

Raffaello Sanzio è nato ad Urbino nel 1483, il suo cognome originale era Santi. Suo padre, Giovanni Santi, era un umanista ed un artista alla corte di Federico da Montefeltro. Nella bottega paterna Raffaello apprese i primi rudimenti della sua formazione artistica, a cui contribuì anche il clima culturale che in quegli anni si respirava nel borgo marchigiano, dove operava tra gli altri anche Piero della Francesca.

Giorgio Vasari nei suoi scritti racconta che Raffaello venne mandato a bottega dal Perugino, che influenzò le sue prime produzioni artistiche. La prima opera conosciuta di Raffaello è una pala d’altare del ‘Cinquecento, che si trova nella chiesa di San Nicola da Tolentino, tra Urbino e Perugia.

Lo Sposalizio della Vergine dipinto nel 1504 (chiesa di San Francesco, Città di Castello) segna la prima opera in cui si nota una distanza tra la sua arte e quella del suo maestro.

Nel 1504 Raffaello si trasferisce a Firenze, dove entra in contatto con le opere di Michelangelo e soprattutto con l’arte di Leonardo da Vinci da cui apprende la tecnica del chiaroscuro e dello sfumato, oltre agli studi sulla prospettiva. Il soggiorno fiorentino segna una svolta di grande importanza nell’arte di Raffaello. In questi anni si dedica in particolare al tema iconografico della Sacra Famiglia e della Madonna con Bambino.

Nel 1508 viene chiamato a Roma da Papa Giulio II e resterà anche al servizio di Papa Leone X. I ritratti dei due papi sono oggi custoditi a Firenze, nella Galleria degli Uffizi. Raffaello è stato chiamato a Roma per dipingere le stanze vaticane, in collaborazione con altri artisti, ma dopo le prime prove Giulio II gli affida l’intera committenza. Le sale in cui ha lavorato Raffaello sono conosciute come Stanze di Raffaello e qui si trova una delle sue opere più conosciute: Scuola di Atene. Qui il pittore ha lavorato insieme al suo allievo più promettente, Giulio Romano, che ha completato il lavoro lasciato incompiuto in seguito alla morte del maestro, avvenuta nel 1520.

Raffaello è considerato uno dei pittori e degli architetti più importanti della storia dell’arte e uno dei massimo esponenti del tardo rinascimento, insieme a Michelangelo e Leonardo.

Le sue opere sono custodite nei musei più importanti del mondo, tra cui la Galleria degli Uffizi a Firenze e l’Ermitage di San Pietroburgo.

Carlo Bo

Quello tra Urbino e Carlo Bo è un legame profondo che arriva anche a chi non conosce quasi nulla di questa città.

Carlo Bo è stato un critico e un letterato italiano, nato il 25 gennaio 1911 a Sestri Levante, in una famiglia di giuristi.

Negli anni della sua formazione scolastica si avvicina alla letteratura, grazie a Camillo Sbarbaro, suo insegnante di greco al liceo. Decide di iscriversi alla facoltà di lettere classiche dell’Università di Firenze, ma presto abbandona la letteratura antica e si avvicina a quella moderna e alla letteratura francese. Negli anni universitari conosce importanti letterati, come Giovanni Papini, Mario Luzi, Oreste Macrì ed Eugenio Montale. Sempre in questi anni conosce Elio Vittorini e collabora con le più importanti riviste letterarie degli anni Trenta.

Tra gli anni Trenta e Quaranta insegna lingua e letteratura francese e lingua e letteratura spagnola all’Università di Urbino. Sono anche gli anni in cui inizia a pubblicare i suoi primi saggi critici, incentrati soprattutto su autori francesi.

La sua produzione è ricca e continua, accompagna per intero la sua esistenza.

L’8 marzo 1947 viene eletto Rettore dell’Università di Urbino e verrà rieletto più volte, restando in carica fino al 2001, anno della sua morte.

Nel 1984 viene nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

21 luglio 2001 Carlo Bo muore a Genova in seguito ad una caduta nella sua casa di Sestri Levante. Le due città che proprio in quello stesso anno gli avevano conferito la cittadinanza onoraria, in occasione dei suoi novant’anni.

Nel 2003 l’Università di Urbino viene intitolata a Carlo Bo, che l’ha guidata per cinquantaquattro anni.

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La crescia

Racconta una leggenda che un giorno il sole s’innamorò di Urbino e per vederla si avvicinò così tanto alla terra che rimase incastrato tra i rami di un albero del Palazzo Ducale. Mentre il sole si divincolava e cercava di risalire in alto, passò di lì una fornaia che rimase meravigliata della sua forma e dai raggi dorati. Corse al forno e, ispirata da quanto aveva visto, preparò un impasto salato, a cui poi diede una forma rotonda. Chiamò questa focaccia “crescia”, per via della sua lievitazione leggera ma anche per il suo desiderio di volare in alto, senza riuscire ad alzarsi.

Non si sa con precisione quando sia stata inventata, ma con certezza sappiamo che la crescia era già particolarmente apprezzata nel XV secolo, anche alla corte dei Montefeltro.

Cugina della più famosa piadina, la crescia si differenzia per la presenza dello strutto e delle uova nell’impasto e per la consistenza sfogliata. Oggi rientra tra i cibi da strada ed è sicuramente in cima alla lista degli alimenti più mangiati ad Urbino.

Ingredienti:

  • 500 gr di farina;
  • 100 gr di strutto;
  • 200 gr di acqua tiepida;
  • 2 uova;
  • Sale e pepe q.b.

Preparazione

Disporre la farina a fontana e nel centro rompere due uova, aggiungere 50 gr di strutto, sale e pepe e acqua tiepida, da versare poco per volta. Infine impastare. Formare un panetto e lasciare riposare per trenta minuti.

Trascorso il tempo necessario, dividere il panetto in sei porzioni dalla forma rotonda (circa 125 gr a porzione).

Con l’aiuto di un mattarello stendere ogni porzione, formando un disco. Passare su ogni disco una piccola quantità di strutto. Dopo aver fatto questa operazione, bisogna arrotolare il disco su se stesso, ottenendo una striscia di pasta che poi dovrà essere arrotolata formando una girandola. Coprire con la pellicola e lasciar riposare in frigo per mezzora circa.

Stendere ogni girandola con il mattarello, dandogli nuovamente la forma di un disco. Le cresce andrebbero cotte sulla tradizionale piastra, ma va comunque bene anche una comune padella antiaderente, preferibilmente piana.

Una volta pronta la crescia si può mangiare così oppure farcita, solitamente con salumi, affettati, formaggi e verdure. A proprio piacimento.

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