The Borgo of Trani

Trani è nata sotto una buona stella, di quelle grandi e lucenti che decidono la fortuna dei luoghi. Sembra che una stella la illumini ancora oggi e la città brilla di delicatezza e tonalità dolci, quelle che le dona la pietra di Trani. La corteggia da sempre il mare, con il suo blu prorompente e difficile da non vedere. Le onde sussurrano parole d’amore alla cattedrale, dicono sia la più bella di Puglia ed è difficile smentirli.

Signorile, elegante, in una parola: bellissima.

Trani somiglia molto alla sua cattedrale, per scoprirla bisogna lasciarsi guidare per le viuzze, su cui si affacciano palazzi signorili e angoli paradisiaci. Alla fine perdendosi ci si ritrova sempre al castello svevo e vedendolo si capisce subito perché fosse il preferito dell’imperatore Manfredi.

Tra le strade di Trani si snoda un gomitolo di storie, che girovagano per i vicoli della giudecca ebraica, tra i corridoi e le stanze del castello, si affacciano verso il porto, sussurrano echi lontani alle onde del mare e le riportano a riva i pescatori.

Come le sue storie, Trani si può raccontare, si può ascoltare ma viverla e vederla è decisamente un’altra cosa.

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La storia

Il nome “Trani” deriva da un’antica leggenda legata a Tirreno, figlio di Diomede, che avrebbe fondato Turenum.

Secondo la Tabula Peuntingeriana, documento romano del III secolo d.C., la città di Trani sarebbe stata fondata nel I secolo.

Le prime fonti scritte risalgono al IX secolo, quando, sotto la dominazione dei Normanni, Trani è diventata sede vescovile. La città a quel tempo doveva avere una certa importanza grazie anche ai flussi commerciali che Trani intratteneva con l’Oriente. La prima testimone della centralità è la magnificente cattedrale, costruita proprio in questo periodo. Sempre in questo secolo, tra il 1043 e il 1073, sono stati redatti gli Ordinamenta Maris, la prima forma di giurisdizione marinara.

Trani nei secoli ha potuto beneficiare della sua posizione, soprattutto nel Medioevo quando lo sbocco sul mare favoriva gli scambi commerciali ma anche il passaggio di pellegrini e crociati diretti verso la Terra Santa. Proprio questo fattore determinò il trasferimento in città di molte famiglie originarie delle Repubbliche Marinare.

Il ruolo centrale di Trani è rafforzato dalla presenza di alcuni consolati ma anche dalla fiorente giudecca e dai mercanti fiorentini, che evidentemente trovavano condizioni favorevoli per i loro affari.

I primi periodi di crisi sono stati determinati dalle dominazioni Angioine ed Aragonesi. Con i Borbone Trani si è risollevata ma la fedeltà ai sovrani spagnoli è costato al popolo una dura repressione da parte dei francesi nel 1799.

In seguito con Gioacchino Murat e poi con Napoleone la città ha perso la sua egemonia. Con tanti sacrifici è riuscita a riconquistarla per poi perderla definitivamente durante il ventennio fascista.

Dal 2009 Trani condivide insieme a Barletta ed Andria il ruolo di capoluogo di provincia.

Cattedrale di San Nicola Pellegrino

Non una cattedrale qualsiasi, ma La Cattedrale. È d’obbligo la lettera maiuscola quando si parla della più bella cattedrale di Puglia, esempio più alto ed eccelso dello stile romanico pugliese. Isolata dal resto della città, magnificente nel suo protendersi verso l’alto, con un candore dato dall’uso della pietra calcarea locale, la pietra di Trani. Il mare arriva a lambire le sue coste, come un continuo promemoria che le ricorda che parte della sua bellezza e della sua grandezza è dovuto proprio a quella distesa d’acqua. Dal mare arrivò Nicola, pellegrino greco che girava le coste del Mediterraneo per portare la parola di Cristo, ma una volta sbarcato il ragazzo morì, probabilmente per la fame patita. Venne canonizzato e San Nicola il Pellegrino è diventato da allora la vera fortuna di questo borgo, in un tempo in cui le reliquie erano merce preziosa, in grado di determinare l’importanza e l’onore di una città.

San Nicola il Pellegrino diventò patrono di Trani e per rendergli onore il vescovo Bisanzio nel 1099 ordinò la costruzione di una magnificente cattedrale.

Ad onor del vero a Trani c’era già una cattedrale del V secolo, particolarmente bella soprattutto grazie alla presenza di mosaici e marmi. Ma era di dimensioni modeste, non certo all’altezza di poter custodire le reliquie del santo.

La cattedrale di San Nicola il Pellegrino è posta su due livelli ed è costituita dalla presenza di tre chiese sovrapposte. La chiesa inferiore è composta da due cripte, una posta sotto le navate e una sotto il presbiterio, proprio in questa sono conservate le reliquie di San Nicola. Nonostante venga chiamata cripta in realtà è molto lontana dall’accezione comune di questo termine. La cripta di San Nicola non è un ambiente interrato ma un luogo luminoso e ampio, con volte a crociera che sono sorrette da un colonnato in marmo greco.

Le cripte si trova proprio sotto la chiesa superiore, dedicata alla Vergine Assunta. Si tratta di una chiesa a impianto basilicale con tre navate. Stralci di decorazioni pavimentali ricordano la presenza di un mosaico simile a quello presente nella cattedrale di Otranto.

La chiesa della Vergine Assunta era ricca di marmi e stucchi risalenti al ‘Settecento e all’Ottocento che sono stati distrutti per favorire uno stile architettonico semplice ed essenziale, che richiamava il medioevo, cioè quel periodo storico che ad un certo punto inizia ad esser visto come periodo troppo a lungo occultato e bistrattato. Di questa operazione di ritorno alle origini restano testimoni alcuni capitelli, brutalmente sfregiati dall’uso malevolo dello scalpello.

Un capitolo a parte merita l’imponente ingresso della facciata centrale. Il portale in marmo e il portone in bronzo sono stati concepiti come un unicum, un’opera unitaria che doveva essere una pagina sacra di notevole importanza.

Il portale in marmo è stato realizzato da Eustasio e Bernardo ed il portone è opera del fonditore Barnisano, tutti artisti locali.

I decori del portale richiamano le miniature ch realizzavano i monaci copisti. Il portone in bronzo è composto da trentadue formelle, in cui sono raffigurate scene bibliche, leoni e draghi, l’albero della vita e naturalmente San Nicola il Pellegrino. Proprio in questa formella si trova rappresentato anche Barnisano, che qui appone la sua firma.

All’esterno della cattedrale si trova il campanile, alto poco meno della torre di Pisa e come questa all’apparenza poco stabile. Probabilmente proprio per questa mancanza di stabilità nel ‘Novecento il campanile è stato interamente smontato e rimontato.

Il Castello Svevo

Il Castello Svevo di Trani rappresentava, fin dalla posa della prima pietra, uno snodo cruciale nel piano di difesa ideato da Federico II di Svevia che lo ha commissionato nella prima metà del Milleduecento. È stato costruito in una posizione isolata, su un banco di roccia ribassato rispetto al resto della città. Doveva essere un punto strategico rilevante, perché sempre qui vi era una torre di vedetta risalente al X – XI secolo, successivamente rasa al suolo.

Era la dimora preferita di Manfredi di Svevia, figlio ed erede di Federico II, che qui convolò a nozze con Elena d’Epiro.

Il castello nella sua struttura architettonica richiama molto i castelli crociati di Terra Santa e i castra romani. Ha una struttura quadrangolare, con quattro torri quadrate agli angoli. Esternamente è protetto da un muro merlato con aperture per il lancio delle frecce e da un secondo muro con bugnato.

Con l’invenzione delle armi da fuoco è stato necessario adeguare il castello, anche perché aleggiava l’ombra poco gentile delle minacce saracene, che imperversavano impunemente sulle coste mediterranee. In questo contesto è stato irrobustito il fronte sud e sono stati costruiti i bastioni di nord – ovest e sud – ovest, realizzando una struttura difensiva detta “a radente”.

Il castello è appartenuto ai diversi dominatori che hanno governato il meridione italiano, fino a diventare proprietà demaniale. Ha subito due importanti rimaneggiamenti, quello prettamente difensivo voluto nel ‘Cinquecento da Carlo d’Angiò e quello più importante nell’Ottocento, che lo ha trasformato in un carcere.

Ciò che resta dell’edificio originario oggi si può vedere nel cortile, dove si trovano alcune mensole che raffigurano Adamo ed Eva, la Vergine Annunciata e l’Angelo Annunciante, i resti di una scala che conduceva al primo piano, e alcuni elementi architettonici che testimoniano la presenza di un corridoio con volte a crociera.

Nel XIX secolo il castello è stato un carcere, fin quando negli anni Settanta del ‘Novecento la soprintendenza è intervenuta con un’importante opera di restauro. Dal 1998 il Castello Svevo è aperto al pubblico. Le sue sale e i cortili ospitano spesso eventi culturali, concerti e convegni. Nel bastione nord – est invece si possono vedere i resti archeologici ritrovati durante i lavori di restauro della fortezza.

La sinagoga museo di Sant’Anna

La storia arriva a noi filtrata da un passato che possiamo solo leggere sui libri. I palazzi e le chiese così come appaiono ai nostri occhi oggi sono il risultato di un tempo e di mani che li hanno cambiati e trasformati.

È così anche è stato per la chiesa di Sant’Anna, che in passato aveva un nome diverso. Chiesa di Sant’Anna – Scolagrande – Sinagoga Grande. Sì, perché questa chiesa era la sinagoga maggiore della comunità ebraica di Trani.

Si trova lungo via della Giudea, dove si affaccia con la sua alta cupola a tamburo ottagonale. Un’epigrafe ci racconta che è stata costruita nel 1247, nello stesso anno in cui pochi chilometri più in là Federico II di Svevia ha fatto costruire Castel del Monte. Negli stessi anni in cui nel cuore di un reticolato di strade e case la giudecca di Trani viveva il suo periodo più bello e fiorente.

Pochi anni dopo la costruzione tutte e quattro le sinagoghe di Trani sono state cristianizzate e attualmente si possono trovare solo la chiesa – sinagoga di Sant’Anna e quella di Santa Maria di Scolanova.

Dal 2007 la chiesa di Santa Maria Scolanova è stata restituita al culto ebraico e la chiesa di Sant’Anna dal 2009 è rientrato all’interno del polo museale di Trani. Tra le sue mura è stata istituita una sezione dedicata interamente ai reperti storici del culto ebraico. Una prima parte è stata realizzata con l’utilizzo di pannelli che ripercorrono la storia della sinagoga e della comunità ebraica di Trani e di Puglia, ricostruita anche grazie alle note di viaggio di Beniamino da Toleda, un giovane rabbino che girovagò tra l’Europa e l’Asia.

Una teca custodisce una Bibbia scritta in ebraico e un’antica Mezuzah, un oggetto in cui è avvolto un rotolo di pergamena con su scritto le due parti dello Shèma, la preghiera più importante della religione ebraica.

Sotto la chiesa si trova una cripta riportata alla luce in seguito ad alcuni scavi. Qui sono state trovate cinque pietre tombali con incisioni in carattere ebraico. Anche la sinagoga stessa rientra all’interno del percorso espositivo, ponendo al centro soprattutto i cambiamenti che l’edificio ha subito in seguito alla sua conversione.

Questa realtà museale è una vera rarità. La chiesa di Sant’Anna è un luogo unico, non solo per la sua storia ma anche perché è emblema di come oggi sia possibile una convivenza pacifica e proficua tra le diverse religioni.

Polo museale di Trani

Il polo museale di Trani è articolato in diversi edifici della città ma è concentrato principalmente all’interno di Piazza del Duomo. Oltre al carattere tipicamente espositivo che caratterizza i musei, questo polo museale si pone anche come luogo di incontri ed eventi, creando così un ponte con la comunità.

Nel 1975 l’arcidiocesi di Trani – Barletta – Bisceglie – Nazareth ha ritenuto necessaria l’istituzione di un Museo Diocesano che potesse essere in grado di accogliere gli arredi sacri, le opere d’arte e le testimonianze ritrovate durante gli scavi effettuati nella cattedrale e in altre chiese vicine. Inizialmente il museo si trovava interamente all’interno di Palazzo Addazi, ex seminario, ma l’aumento dei beni da custodire ha reso necessaria una nuova sistemazione e la collocazione di una parte del percorso espositivo all’interno del vicino Palazzo Lodispoto.

Con il tempo questo palazzo è diventato il fulcro del polo museale e nei suoi quattro piani ospita alcune sezione del Museo Diocesano, il Museo della macchina per scrivere e l’area culturale. All’interno della Sinagoga Scolagrande – chiesa di Sant’Anna è stato istituito il Museo di Sant’Anna che ripercorre la storia della comunità ebraica.

Il museo della macchina per scrivere è un percorso che attraversa quasi centocinquanta anni di storia, racchiusi nei quattrocento esemplari di macchine da scrivere che partono dalle macchine a battitura cieca e arrivano fino ai primi Personal Computer.

Sono particolarmente importanti anche le macchine da scrivere realizzare per non vedenti e le macchine con caratteri di scrittura provenienti da tutto il mondo.

Un’intera sezione è stata dedicata al marchio Olivetti. All’interno di quest’ala è custodita il primo esemplare prodotto nel 1908 dall’ingegner Camillo Olivetti che ha fondato l’azienda.

Il piano terra e la corte di Palazzo Lodispoto sono adibiti ad area culturale.

Chiesa di Ognissanti

Trani era uno dei porti principali lungo le rotte verso l’oriente, qui giungevano e partivano mercanti ma anche pellegrini diretti verso la Terra Santa. A proteggere il cammino dei fedeli ci pensavano i Cavalieri Templari, che a Trani costruirono una chiesa fuori le mura.

La chiesa di Ognissanti è un luogo che trasuda spiritualità profonda, sobria, semplice e particolarmente suggestiva.

È realizzata in stile romanico pugliese, nonostante il portico della facciata principale sia in realtà una singolare eccezione alla regola. Sulla facciata principale è rappresentata in scene l’Annunciazione.

Il prospetto anteriore è rivolto verso oriente e richiama molto l’architettura della cattedrale.

L’interno è a pianta basilicale con tre navate, spoglio e con la muratura a vista, i raggi di sole che filtrano dalle finestre contribuiscono a renderla una chiesa dall’atmosfera unica, lontana dai nostri giorni.

Nella chiesa di Ognissanti è custodito un dipinto della Madonna con Bambino, opera dell’artista cinquecentesco Rico de Candia.

In questa chiesa si ritrovarono i guerrieri normanni per prestare giuramento, prima di partire per combattere la prima crociata.

Trani, città multietnica

In Piazza Sacra Regia Udienza una trattoria prepara torte di datteri, pan di banana, felafel e piatti kashèr, abitualmente consumati dai fedeli di religione ebraica. Poco lontano la grande cupola a timpano della Sinagoga Maggiore incontra i passi di chi cammina per via della Giudea, poi svolta per via della Sinagoga o magari va per via del Cambio. La toponomastica circoscrive la zona che nel medioevo è stata la florida giudecca ebraica, a pochi passi dal porto e dalla cattedrale.

Gli ebrei giunsero a Trani seguendo il fiuto dei grandi commerci, che la città intratteneva via mare soprattutto con l’oriente. I privilegi consessi dagli Svevi, la loro ricchezza e la possibilità di prestare denaro con interesse non permisero alla comunità di integrarsi totalmente con la popolazione locale, che continuò sempre a guardarla di sottecchi.

Nel ‘Cinquecento, sotto al guida degli Angioini, le comunità ebraiche furono scacciate dalle città in malo modo e Trani non fu da meno. Il popolo ben presto requisì i beni che erano appartenuti agli ebrei, s’impossesso di case ed edifici e trasformò le quattro sinagoghe che erano state costruite, adattandole al culto cristiano.

Oggi sono rimaste solo la Sinagoga Scolanova e la Sinagoga – chiesa di Sant’Anna, restituite al culto ebraico solo nel primo decennio degli anni Duemila.

Di fronte alla sinagoga maggiore la bottega di un ceramista realizza mattonelle con le benedizioni della Torah e piatti tradizionali della Pesach, la Pasqua ebraica.

La fede ebraica non è l’unica ad essere stata accolta dalla comunità di Trani. Dal 2008 la chiesa di San Martino è stata donata al culto ortodosso e a pochi passi dal centro si aprono le porte della moschea. Poco lontano, ma non troppo, una macelleria vende carne halal, che in arabo significa “permesso”, adatta al consumo dei fedeli musulmani.

Perché l’accoglienza non è solo questione di fede, ma quasi sempre a che fare con lo stare insieme e la convivialità.

Da un sacrilegio ad un prodigio, storia di ebrei e cristiani

La convivenza tra la comunità ebraica e quella di Cristiani a Trani non è stata sempre facile. Spesso il sospetto e la diffidenza s’insinuava nella mente degli uni o degli altri e allargava le distanze.

È quello che avvenne anche ad una donna ebrea che voleva mettere alla prova la fede cristiana e l’eucarestia. Si recò una domenica a messa, senza suscitare dubbi si mise in fila per la comunione ma quando ha ricevuto l’eucarestia invece di metterla in bocca l’ha riposta in un fazzoletto e l’ha portata a casa.

La donna voleva vedere se una volta cucinata l’ostia consacrata si trasformasse veramente in pane. Allora decide di metterla in una pentola piena di olio bollente per friggerla, ma una volta entrata a contatto con l’olio l’eucarestia si è trasformata in un pezzo di carne sanguinolenta e il sangue ha continuato a sgorgare fino ad inondare per intero la casa della donna.

Le urla sono state udite per tutta la città, in poco tempo la casa è stata presa d’assalto da tutta la popolazione e alla donna non è rimasto che chiedere perdono.

Una delle tante leggende medievali che arricchiscono la storia popolare, eppure nella cattedrale di Trani è custodita ancora oggi una reliquia di questa storia, che viene esposta all’adorazione dei fedeli ogni Domenica delle Palme.

La casa della donna invece è stata trasformata in una cappella dedicata al Santissimo Salvatore.

Le leggenda del castello di Trani

Una donna giovane, dai lunghi capelli neri e penetranti occhi azzurri, girovaga da secoli tra i corridoi del castello di Trani. Sono in tanti quelli che giurano di averla vista, perché questo fantasma è straordinariamente alla ricerca del contatto umano.

La storia più conosciuta racconta che il fantasma sarebbe lo spirito di Armida, una castellana costretta in un matrimonio senza amore e innamorata di un altro uomo. Non esistono epiloghi a lieto fine nelle storie così, si racconta che l’uomo sia stato ucciso dal marito di Armida e che questa sia morta per il troppo dolore e vaghi ancora oggi alla ricerca del suo amato.

Una storia bella e affascinante, che secondo l’Associazione Italiana Ricercatori del Mistero sarebbe totalmente inventata.

Un fantasma (forse) c’è, ma non può appartenere ad Armida perché non c’è nessuna donna con questo nome che sia legata al castello di Trani.

Se si inseguono le origini del nome Armida si girovaga tra diverse nazioni, fino a ritrovarsi con un filo germanico, secondo cui “Armida” significa “donna forte e combattiva”. Com’era Sifridina, una contessa casertana che è stata realmente tenuta prigioniera nelle segrete del castello, dal 1268 al 1279, rea di aver cospirato in segreto contro gli Angioini.

Sola, maltrattata e denutrita, la donna anche dopo essere stata liberata è rimasta all’interno del castello ed è morta in una delle torri.

La storia di Armida è bella ma quella di Siffridina è reale, va da sé che sia più probabile che lo spettro del castello di Trani appartenga proprio a lei. È di questa opinione anche l’Associazione Italiana Ricercatori del Mistero, conosciuti molto più cinematograficamente come I Ghostbuster italiani. Qualche anno fa sono stati nel castello con tutta l’attrezzatura necessaria per cercare il fantasma, che però si è negato alla loro presenza.

Trani a gogò

Era il 1962 e Giorgio Gaber dipingeva uno spaccato di vita milanese oggi poco conosciuto. Lo faceva con Trani a gogò, una delle sue tante canzoni

Ci sta quel locale abbastanza per male

Che chiamano Trani a gogò

Si passa la sera scolando barbera

In quegli anni a Milano “Trani” non era certo una città pugliese, quanto piuttosto il vino a mescita, venduto nelle tante osterie sparse per la città.

Trani a gogò significava vino a volontà, non vini pregiati e costosi ma un vino popolare, nero come l’inchiostro che macchiava i denti e il bicchiere, un vino pesante che però era considerato altamente energetico, soprattutto dagli uomini che tornavano dal lavoro.

Il vino era ovviamente un vino pugliese, un Nero di Troia che veniva prodotto principalmente nella zona di Foggia e Castel del Monte.

Nell’Ottocento questo tipo di vino era destinato per lo più al mercato francese, ma alcuni dissidi con la dogana fecero saltare gli accordi. E allora che fare? Il vino venne presto dirottato verso la pianura padana, giunse prima alle foci del Po e fu una vera medicina contro la pellagra che a quel tempo era diffusa in zona. In seguito arrivò lungo i navigli. Ben presto in tutta Milano si diffusero i Trani, locali di vino alla mescita venduto a prezzi molto popolari. Già nel 1890 a Milano si contavano quasi cento Trani, che trovarono fortuna nelle classi meno abbienti, che qui potevano permettersi di mangiare e bere trascorrendo una serata in allegria.

Ben presto il termine “Trani” si inserì nel dialetto milanese e “tranatt” diventò il termine utilizzato per indicare i frequentatori abituali di questi locali.

Nei Trani si ballava, si giocava a carte e a freccette ma si faceva anche a pugni, perché pian piano questi locali iniziarono ad essere aperti in ambienti frequentati dalla malavita.

C’è un pregiudicato uscito da poco

Che spiega a un amico l’errore che fece

E che pagò nel Trani a gogò

I trani erano luoghi importanti per la società operaia milanese del ‘Novecento, basti pensare che nei trani iniziò ad esibirsi un giovane proveniente dalla Puglia che si faceva chiamare con il nome d’arte di Lino Banfi.

Il matrimonio di re Manfredi

Manfredi, unico figlio dell’imperatore Federico II di Svevia, era particolarmente innamorato di Trani, del suo castello e più che mai della sua cattedrale.

Trani è stata il luogo prescelto per celebrare il matrimonio di Manfredi con Elena d’Edipo, consacrando il lustro della città nei secoli.

Da dodici anni Trani rievoca quest’importante evento storico, grazie all’impegno dell’associazione Trani Tradizioni.

L’evento è inserito all’interno della settimana medievale, ed è contornato da musici e giullari, ma anche da sontuosi festeggiamenti.

Barisano da Trani

Tra le strade di Trani hanno camminato artisti di grande rilievo, che hanno contribuito a costruire materialmente gli edifici più importanti della città.

Uno tra i più importanti è sicuramente Barisano da Trani, vissuto nella seconda metà del XII secolo e autore del portone in bronzo della cattedrale.

Barisano è stato uno scultore ma soprattutto uno dei primi fonditori medioevali, uno dei pochi artisti meridionali di cui si conosce il nome e di cui si hanno notizie biografiche.

Di Barisano resta anche una piccola immagine, una sua auto rappresentazione che lo raffigura genuflesso ai piedi di San Nicola il pellegrino, in una delle trentadue formelle del portone della cattedrale.

Sulla sua formazione non sappiamo nulla, ma Barisano è stato autore di manufatti fusi in bronzo e sparsi per l’Italia, soprattutto per quella meridionale.

La tecnica usata si riconduce ad una tradizione bizantina, che prevedeva la realizzazione di immagini su bronzo mediante l’utilizzo di stampi e bassi rilievi, in seguito le formelle venivano rifinite a freddo e montate su un supporto in legno.

Le sue opere rivelano inoltre un’ampia conoscenza di Barisano delle fonti iconografiche occidentali ed orientali, sia sacre che profane.

Nel corso della sua vita ha realizzato la porta del duomo di Ravello (Salerno) e quella di Monreale (Palermo). La porta della cattedrale di Trani è la più sfarzosa tra tutte quelle realizzate, questo rivela che probabilmente Barisano avesse la sua bottega proprio in città e che seguiva un metodo di lavoro industriale, come si evince dalla ripetitività di alcune figure.

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Pasta al forno alla tranese

La cucina tipica di Trani è composta da tutti quei piatti che rendono famosa la tradizione culinaria pugliese. Tra tanti si distingue un particolare tipo di pasta al forno, detto “alla tranese”.

Ingredienti per otto persone:

  • ½ kg di pomodori san marzano maturi;
  • 500 gr di pasta, preferibilmente ziti;
  • Un barattolo di pomodori pelati;
  • 200 gr di parmigiano;
  • 100 gr di pecorino romano;
  • 3 spicchi d’aglio;
  • Prezzemolo q.b.;
  • Foglioline di basilico;
  • Origano q.b.;
  • Cipolla q.b.;
  • Pangrattato q.b.;
  • Sale q.b.;
  • Pepe q.b.;
  • Olio extravergine d’oliva.

La prima cosa da fare è quella di preparare il sughetto. Si versa un filo d’olio in una padella antiaderente e si fa soffriggere la cipolla tagliata finemente. Aggiungere il barattolo di pomodori pelati, acqua, origano e sale e lasciare cuocere per venti minuti.

Nel frattempo tagliare i pomodorini in quattro parti, tritare il prezzemolo, sminuzzare l’aglio. Mettere i pomodori in una ciotola con metà del prezzemolo e dell’aglio, aggiungere il basilico e olio in abbondanza e lasciare insaporire.

In una pentola portare a bollore l’acqua necessaria per la cottura della pasta, salarla e aggiungere gli ziti, tagliati in tre parti.

Fate attenzione a non cuocere la pasta, quando è quasi cotta scolare gli ziti. Aggiungere la pasta al sughetto di pomodori e condire con parmigiano e pecorino.

Prendete una teglia e disponete uno strato di pasta, poi aggiungere i pomodori conditi, una manciata di parmigiano, una manciata di pecorino, aglio, origano, basilico spezzettato e pepe.

Aggiungere il secondo strato di pasta e il condimento di pomodori, formaggi, aglio, origano, basilico e pepe. Terminare con una spolverata di pangrattato.

Coprire la teglia con della carta stagnola e poi infornare per trenta minuti a 200°. Trascorso il tempo necessario, togliere la carta stagnola e lasciare gratinare per alcuni minuti.

Quando è pronta prima di servirla è consigliato mescolarla, per spargere la parte gratinata in tutto il piatto.

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